Deficit e debito, gli “zero virgola” e l’affanno dell’austerità di Meloni e Giorgetti

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Il deficit pubblico dell’Italia certificato dall’Istat per il 2025 è pari al 3,1% del Pil, a un’incollatura dalla soglia del 3% che riporterebbe il Paese nel quadro del rispetto dei parametri di Maastricht e del Patto di Stabilità, evitando lo sforamento delle regole europee. Un dato, quello di Roma, nettamente inferiore rispetto al -8,1% del 2022 e su cui pesano una crescita nel quarto trimestre del 2025 superiore alle aspettative (+0,3% contro +0,2%) ma ancora anemica sul fronte del denominatore e l’eredità dei pagamenti per il Superbonus 110% su quello del nominatore. Ma il dato di fatto che emerge, in generale, è quello di un Paese che si trova ancora di fronte a grandi incertezze.

Dibattiti sui dati dell’Istat

La polemica mediatica e politica italiana si è divisa, con figure come l’ex premier Matteo Renzi che hanno attaccato la premier Giorgia Meloni per non aver centrato l’obiettivo e la presidente del Consiglio che si è difesa sottolineando l’eredità dei bonus edilizi e rivendicando i risultati ottenuti. Non sono mancate le critiche all’Istat. “Il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo”, ha scritto Meloni su X.

Più articolato il commento di Osvaldo De Paolini, che su Il Giornale ha scritto che “l’uscita dalla procedura d’infrazione in cui Bruxelles ci aveva costretto, non è un trofeo da esibire, ma uno strumento essenziale per rafforzare la posizione dell’Italia agli occhi degli investitori e delle istituzioni internazionale” e dunque “diventa ancora più incomprensibile la rigidità dell’Istat, che sembra ignorare il quadro complessivo e rifugiarsi in una lettura notarile dei numeri, come se questi vivessero in un vuoto pneumatico, scollegati dalla realtà economica e strategica del Paese”. Una lettura, questa, che però apre a problematiche interpretazioni su che tipo di lettura dovrebbe dare un’istituzione puramente tecnica come l’efficiente e ben strutturato apparato di Via Cesare Balbo.

L’austerità e il deficit

La realtà è più complessa. E parla di un progetto nazionale che sembra avere il fiato corto sul piano della corsa allo sviluppo economico. Oltre che di dati che la realtà dei fatti impone di leggere in maniera ancora più articolata. Meloni ha indicato nella moderazione di bilancio affidata al Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti la via maestra per trovare legittimazione in Unione Europea, ha firmato la riforma del nuovo Patto di Stabilità e spinto sull’uso strategico del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza come volano per colmare i gap d’investimenti pubblici e programmazione strategica. Il 2026 è l’anno in cui i nodi vengono al pettine. Il deficit è sceso, ma l’Italia resta fuori dai parametri; la crescita è ancora sotto l’1%; la tempesta energetica del Golfo mette sotto pressione gli approvvigionamenti delle imprese e le bollette dei cittadini e spinge al rialzo l’inflazione, stimata dall’Ocse al 2,6% per il 2026, un punto sopra i dati dell’anno scorso.

L’ombra di anni difficili

Il rischio è che quella parsimonia a lungo perorata diventi austerità necessaria qualora il vento di tensione diventi buriana globale. Col paradosso che a un’Italia che dopo gli anni dei cordoni delle borse aperti sfruttati dai governi Conte II e Draghi ha deciso di operare in senso prudente si imponga un’ulteriore avvitata in termini di tagli e ridimensionamenti della spesa pubblica. Proprio mentre il clima internazionale volge al peggio. L’inflazione, il caro-energia e la crescita anemica “mangiano”, ricorda Milano Finanza, spazi di manovra per la prossima legge di bilancio e il Documento di Finanza Pubblica (Dfp) licenziato mercoledì dal Mef ne prende atto.

Meloni e Giorgetti non possono dormire sonni tranquilli, e indubbiamente potrebbero venire al pettine i nodi legati al perseguimento di un’austerità sostanziale finalizzati a un traguardo non raggiunto, ma indubbiamente mentre l’esecutivo attende l’ultima Legge di Bilancio della legislatura anche l’intero spettro politico non può non fare i conti con gap strutturali e non imputabili unicamente all’esecutivo. La debolezza della politica industriale, con la “supplenza” delle partecipate, l’incertezza del quadro europeo che non prevede sospensioni di regole e il trend generale di ridimensionamento dell’Europa nel mondo lasciano pochi spazi all’immaginazione. Dopo il voto del 2027 difficilmente il quadro muterà. E non sarà per uno “zero virgola” in più o in meno che si farà la differenza. Senza la capacità di pensare in grande in Europa e pensare una grande Europa nel mondo anche l’Italia sarà chiamata a dover gestire situazioni a dir poco asimmetrico.