Donald Trump, in materia di politica economica, può ritenersi soddisfatto del suo triennio presidenziale: gli Usa, dal 2017 ad oggi, hanno centrato l’obiettivo di una crescita media del 3% annuo e la disoccupazione è a livelli decisamente modesti. La crescita dell’economia a stelle e strisce, tuttavia, non è stata trainata dalla massiccia reindustrializzazione annunciata dal candidato repubblicano nel 2016 ma dal dilagante aumento del peso dei servizi e della finanza, dallo stimolo imposto all’economia dalla riforma fiscale del 2017 e dal decollo del mercato azionario, giunto nel 2019 a battere ogni record.

Naturale proseguimento del rilancio dell’economia garantito dallo stimolo di Barack Obama, il decollo dell’era Trump ha sfruttato la fase favorevole venutasi a creare per i grandi gruppi statunitensi in seguito all’approvazione del gigantesco taglio fiscale da parte del governo repubblicano e al perdurare generalizzato della fase di espansione monetaria che ha consentito aumenti continui delle capitalizzazioni.

Il Bespoke Investment Group, che misura dal 1928 l’andamento dei 500 titoli più importanti, ha segnalato recentemente, come riporta l’Agi, tutti i record della borsa nell’era Trump: “in tre anni di presidenza Trump sono stati un periodo d’oro per Wall Street, con le 500 maggiori aziende quotate in Borsa che hanno prodotto utili azionari per 17 mila miliardi, più di quanto sia mai avvenuto in passato”. Il Nasdaq ha sfondato la soglia dei 9.000 punti, S&P500 è cresciuto di poco meno di un terzo del suo valore (28%) nel 2019, anche i colossi del tech i cui proprietari sono, a parole, critici del Presidente brindano guardando i loro guadagni record.

Tutto questo si accompagna a un progressivo fenomeno di concentrazione della ricchezza nelle poche e note mani dell’élite di Wall Street. Trump, che di questa cerchia ristretta è stato a lungo un istrionico ed eccentrico membro, circondato dal suo gabinetto di ex alti executives e miliardari ha prodotto il più grande trasferimento di ricchezza verso le cuspide più alti del potere economico nazionale che la storia americana ricordi. I 400 uomini più ricchi d’America sfiorano, con i loro patrimoni, quota 3.000 miliardi di dollari beandosi dei dividendi di una finanza che, con i rally borsistici, porta con sé le solite problematiche: instabilità sistemica, dilagare di prodotti deregolamentati, incentivo alla speculazione, rischio di bolle (dall’immobiliare ai prestiti auto).

Gli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley nel recente volume The triumph on injustice hanno fatto notare come l’era Trump abbia prodotto un incremento vertiginoso delle disuguaglianze economiche nel Paese. Abbattendo dal 35 al 21% l’aliquota sui redditi d’impresa e introducendo un favorevole scudo fiscale sui profitti generati all’estero e rimpatriati dalla grande impresa Usa Trump ha creato un precedente: l’élite di Wall Street è gravata da un’aliquota d’imposta inferiore alla media nazionale.

Il saggio di Zucman e Saez fa infatti emergere, scrive l’analista Giacomo Gabellini, che “nel 2018, per la prima volta nella storia, la fascia più elitaria della società statunitense, quella che raggruppa l’élite dei multi-miliardari composta da poco più di 400 famiglie, ha pagato un’aliquota fiscale effettiva – calcolata sommando le tasse federali a quelle statali e a quelle locali – pari al 23%, a fronte del 24,2% versato dalla categoria dei lavoratori semplici. Più di un punto percentuale di differenza”. L’America lavora e produce, ma i guadagni sono sempre più sperequati. E per difendere la sua base elettorale radicata in un’America che dallo scollamento con l’élite ha tratto forza propulsiva Trump dovrà rilanciare appieno l’economia reale.

La crescita Usa prosegue impetuosa, ma è sempre meno inclusiva. E più Wall Street e la finanza proseguono la loro corsa scollandosi dal resto dell’America più gli Stati Uniti si dovranno in futuro interrogare sulle problematiche interne che da tempo attanagliano la loro economia: come mediare crescita e riduzione delle disuguaglianze? Come creare posti di lavoro sicuri e stabili nell’economia reale? Come rilanciare le infrastrutture fatiscenti del continente nordamericano? A queste domande nessun record borsistico potrà dar risposta.

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