Jerome Powell è l’adulto nella stanza dell’economia americana. A meno di un anno dalla fine del suo mandato, il presidente del Federal Reserve System è in mezzo alla tempesta della politica a stelle e strisce, al centro di una triplice pressione circa le scelte sui tassi d’interesse, sulla gestione del debito Usa e sul contenimento della pressione di Donald Trump.
Il difficile rapporto Trump-Powell
La Casa Bianca di The Donald, che nel 2019 ha nominato Powell per sostituire Janet Yellen, ha sempre avuto un rapporto ambivalente con il capo della banca centrale Usa: durante il Covid-19 Powell gestì l’ampliamento della base monetaria per gestire la grande spesa in deficit volta a contenere la crisi economica. Dopo la sconfitta con Joe Biden, Trump ha criticato le scelte di Powell volte ad alzare i tassi per contenere l’inflazione e oggi è in corso un vero e proprio braccio di ferro.
L’amministrazione intende al tempo stesso mantenere in vigore l’offensiva tariffaria globale, spingere la Fed per un vigoroso taglio dei tassi d’interesse e promuovere lo One, Big, Beautiful Bill approvato nella notte americana che prevede un maxi-taglio fiscale a debito nei prossimi anni. Powell durante un recente evento della Banca centrale europea in Portogallo, ha predicato calma dichiarando che “utte le previsioni di inflazione per gli Stati Uniti sono aumentate in modo significativo a causa dei dazi. Non abbiamo reagito in modo eccessivo, anzi, non abbiamo reagito affatto. Stiamo semplicemente prendendo tempo”.
La pressione dei dazi di Trump sui tassi d’interesse
I dazi, inevitabilmente, genereranno un impatto inflattivo sull’economia Usa. E anche se ad oggi la scelta di Trump sembra, come confermato dagli accordi commerciali con Regno Unito e Vietnam, quella di imporre le tariffe come una sorta di “tassa d’accesso” al mercato Usa, cercando l’accomodamento con i giganti commerciali come la Cina, le conseguenze delle politiche della Casa Bianca sono ancora tutte da valutare. E Powell, comprensibilmente, prende tempo. L’elefante nella stanza resta il debito statunitense, che sembra avvitarsi verso una crisi strutturale.
Come ha sottolineato in un approfondimento pubblicato sul sito dell’Ispi l’economista Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, “il deficit pubblico americano è lo strumento attraverso il quale il mondo si rifornisce di dollari, che sono necessari al funzionamento del commercio mondiale così come per i mercati finanziari”, ma ad oggi sembra essere entrato in una spirale di difficile contenimento: si pensa che dal 2023 possa praticamente raddoppiare in 10 anni, salendo da 26mila a 50mila miliardi di dollari (122% del Pil) nel 2034. Non a caso chi in seno al Partito Repubblicano è maggiormente scettico verso i dazi punta il dito anche contro la politica fiscale di Trump, che si stima possa aggiungere 3.400 miliardi di dollari al deficit federale nei prossimi dieci anni.
Verso una crisi del debito?
Powell deve gestire le conseguenze dei dazi e la spada di Damocle del debito, problemi convergenti nell’ottica di una crescente pressione sul sistema americano che, ad oggi, frenano ogni politica volta a un taglio deciso dei tassi. Con una spesa per interessi che divora la spesa pubblica americana e rischi per la tenuta dei conti pubblici, la Fed vuole ponderare bene ogni mossa.
Del resto, come ha dichiarato il finanziere Ray Dalio al Financial Times, Washington rischia una crisi strutturale: “ora abbiamo, per quanto riguarda il servizio del debito, circa mille miliardi di dollari di interessi e circa 9.000 miliardi di dollari di servizio del debito – debito in scadenza che deve essere rinnovato. E dobbiamo avere altri 2.000 miliardi di dollari, in altre parole, da vendere. Sappiamo di dover vendere quella cifra e non c’è una domanda adeguata”, ha detto il fondatore di Bridgewater. Nei prossimi 12 mesi gli Usa dovranno rifinanziare passività per 12mila miliardi di dollari, mezzo Pil italiano al mese. E senza una politica monetaria seria sarà un’impresa farlo a tassi accettabili. Contro tutto e tutti Powell, che scadrà a maggio 2026, vuole difendere la linea contro ogni pressione politica. E difficilmente, per ora, anche Trump può fare a meno del suo effetto stabilizzatore.
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