Nel suo primo biennio alla Casa Bianca Donald Trump ha festeggiato il raggiungimento degli obiettivi di una crescita del Pil robusta, vicina al 3% annuo, ma sotto altri punti di vista l’economia statunitense rimane condizionata da fattori di rallentamento e precarietà che colpiscono milioni di cittadini.

Il tema fondamentale è quello del debito privato: innesco, tra il 2007 e il 2008, della Grande Recessione a partire dal settore dei mutui subprime. Fattore di freno per prospettive e aspettative della classe media statunitense che nell’ultimo ventennio si è mediamente indebolita e impoverita, mettendo a repentaglio le fondamenta stesse del “sogno americano” di mobilità sociale, accesso a alti tenori di vita e possesso di una casa di proprietà. Istruzione, sanità ed ediliziasono i settori in cui il costo dei servizi è lievitato a livelli tali da imporre una nuova fiammata all’indebitamento dei cittadini americani, i cui salari, pur dati in lieve ripresa negli ultimi trimestri, sono mediamente al palo da due decenni e vengono progressivamente erosi dall’aumento del costo della vita e dalla debolezza del welfare statunitense.

Elisabetta Grande ha descritto le disuguaglianze economiche negli Stati Uniti come “la povertà estrema è negli Stati Uniti parte integrante della fisionomia della società e addirittura del paesaggio urbano”, dato che si coglie eloquentemente guardando alle città spopolate di Stati come Ohio e Pennsylvania o le aree rurali di Kentucky e West Virginia. Ma la grande questione è, oggigiorno, la “proletarizzazione” del ceto medio sotto il peso di un indebitamento privato che serve a mantenere livelli di consumi paragonabili a quelli del passato ma che è sempre più disfunzionale e di difficile controllo.

L’indebitamento privato dei cittadini statunitensi, a fine 2018, era in crescita da diciotto trimestri consecutivi, arrivando a 13,5 trilioni di dollari, e recentemente anche il Wall Street Journal ha lanciato l’allarme sulla sua sostenibilità e sui rischi di un gioco speculativo ad ampio raggio paragonabile a quello che ha provocato il disastro del decennio scorso. L’anno scorso, scrive Agi, è stato “il debito studentesco a volare, toccando i 1.500 miliardi di dollari e superando tutte le altre forme di debito al consumo ad eccezione dei mutui. Il debito per l’auto è cresciuto quasi del 40% (depurato dell’inflazione) arrivando a 1.300 miliardi di dollari”.

A far lievitare il debito ha contribuito senz’altro “il basso costo del denaro assicurato dalla politica monetaria della Fed. Inoltre, secondo il Wsj, l’indebitamento degli americani è una sorta di voto di fiducia nel futuro: si indebitano perché la disoccupazione è bassa e loro si sentono sicuri di poter trovare un posto di lavoro”. Tuttavia questo clima potrebbe subire una netta inversione di tendenza qualora la curva della disoccupazione si invertisse, dato che l’incapacità delle banche centrali di uscire dalla situazione del “quantitative easing permanente” a livello globale non offrirebbe un vero e proprio paracadute a una crisi di sfiducia.

Nel comparto auto sarebbero oltre 7 milioni i debitori morosi sui prestiti per l’acquisto di veicoli il cui ritardo ha superato, nel pagamento delle rate i 90 giorni. Questo perchè, come scrivevamo, i debitori hanno una parte preponderante dei finanziamenti concentrati in società specializzate nei prestiti del settore piuttosto che in banche o agenzie che valutano con maggiore accortezza il rischio di credito e le reali garanzie del ricevente. Pensando che la garanzia rappresentata dal veicolo stesso sia più che sufficiente ma non tenendo in conto il fattore rappresentato dal deprezzamento dell’auto appena acquistata. Non sembra una storia già vista? A oltre dieci anni di distanza, la finanza non ha imparato le lezioni della Grande Recessione. E un’accumulazione eccessiva di debito privato potrebbe essere il detonatore perfetto per una nuova crisi finanziaria.