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Mentre il 2024 si avvia alla conclusione nel quadro della grande incertezza europea, per l’Italia si apre una finestra biennale che sarà decisiva per capire il futuro della crescita economico-industriale, della sostenibilità del debito pubblico e del rapporto con il resto d’Europa. Luci e ombre coesistono: Roma si trova sostanzialmente stabile sul fronte politico interno mentre Francia e Germania sono politicamente in ambasce, ma al contempo condivide con le nazioni-guida dell’Unione Europea le ambasce per un’economia in frenata, i timori per la gelata dell’industria, le incertezze per le rotte future dello sviluppo continentale.

Tre elementi saranno fattori chiave per capire le rotte del sistema-Paese: la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza si sommerà infatti alla partita del rifinanziamento di un quinto del debito pubblico in soli due anni e a quella del sentiero di riduzione dei tassi della Banca centrale europea. Nel 2025 arriveranno 18,2 miliardi di Pnrr se sarà sbloccata la settima rata cui il governo Meloni punta, ma la scadenza del 31 dicembre 2026 per i progetti impone una progressiva crescita della capacità di spesa, pena il rischio di ritrovarsi a fine Pnrr a dover rimborsare all’Ue le quote a debito non messe a terra entro la scadenza.

Un’eventualità del genere potrebbe compromettere il sentiero di consolidamento del debito pubblico nazionale che, nonostante superi il 140% del Pil, è sostanzialmente in una fase di relativa calma. L’Italia vede i suoi titoli di Stato vivere una fase di appetibilità per gli investitori stranieri, dato che è titolare di un Btp che garantisce rendimenti elevati al netto delle caratteristiche strutturali dell’economia. Btp straordinari come l’Italia o il Futura hanno coinvolto il risparmio nazionale aumentando la quota di possessori di titoli di Stato, e ora andrà al rinnovo buona parte del debito accumulato negli anni della pandemia di Covid-19. 

“Su circa 2.960 miliardi di euro di debito pubblico, 643, oltre il 21,5%, scadranno tra il prossimo anno e quello successivo”, riporta l’Osservatorio Internazionale, aggiungendo che “356 miliardi di euro di emissioni in scadenza nel 2025, 234 dei quali a medio-lungo termine, e 287 nel 2026”, in un contesto in cui “buona parte di queste passività sono quelle ereditate dall’epoca pandemica del Covid-19, quando il Patto di Stabilità europeo era sospeso e non c’era sostanzialmente limite al margine di manovra a disposizione degli attori europei”. Ad oggi l’Italia vede un rafforzamento dei suoi titoli dal relativo declino di appetibilità di quelli tedeschi e francesi. Un equilibrio situazionista che ci avvantaggia, in un contesto però che vede la recessione tedesca e l’instabilità francese essere i presupposti della ridotta crescita europea, dunque italiana: il Pil nel 2025 non salirà oltre lo 0,7%.

L’aspettativa di tagli dei tassi da parte della Bce, in quest’ottica, può dare respiro all’Italia. Christine Lagarde potrebbe optare per quattro nuovi tagli, uno a trimestre, dell’indice di riferimento del costo del denaro portandolo al 2% entro fine 2025. Questo alzerebbe ulteriormente l’asticella dell’appetibilità del debito italiano, dando maggior respiro a consumatori, imprese e finanze pubbliche. “Nel complesso, rimangono le aspettative di una prosecuzione del trend di riduzione dell’inflazione in presenza di fattori quali la stagnazione economica della Germania, la modesta crescita di Francia e Italia, i minimi da fine 2021 della quotazione del petrolio, la precarietà del lavoro nonostante il basso tasso di disoccupazione”, nota un’analisi della società finanziaria TESEO, sottolineando la continuità nella precarietà.

Per l’Italia la ricetta per la crescita rimane la stessa: industria, export e spinta agli investimenti. Sperando che non si irrigidisca troppo il clima fiscale europeo dato dal ritorno del Patto di Stabilità. Saranno da osservare con attenzione le elezioni tedesche, dove il favorito Friederich Merz è un convinto sostenitore del rigore contabile. Vero elefante nella stanza il cui ritorno potrebbe deragliare un trend non preoccupante ma che per Roma impone grande attenzione nel prossimo biennio.

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