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Negli ultimi mesi più volte è emerso l’allarme sulla possibile sostenibilità, messa a detta di molti osservatori sempre più in discussione, del debito pubblico italiano. Il primo scossone si è avuto a giugno, con l’annuncio della fine dei piani di acquisto titoli della Banca centrale europea, a cui si è aggiunto l’aumento dei tassi di interesse per la prima volta dal 2011; a luglio un secondo campanello d’allarme, con la caduta del governo Draghi; ad agosto il declassamento di Moody’s delle prospettive del Paese ha dato una prima scossa, a cui poi soprattutto le banche italiane hanno risposto coi risultati sul campo, e soprattutto ha fatto scalpore l’accumulazione della più grande puntata speculativa dal 2008 a oggi contro il debito italiano, pari a 38 miliardi di euro di scommesse ribassiste. In prospettiva, preoccupano la possibile instabilità post-elezioni e le dinamiche energetiche che lasciano presagire una crisi industriale e produttiva in autunno.

Ma nonostante tutto, il debito italiano non preoccupa in prospettiva. Si sta, in un certo senso, riproponendo quanto successo sul piano internazionale tra aprile e maggio 2020, nel pieno della pandemia di Covid-19. Allora l’Italia era vista come ventre molle d’Europa e il timore di un attacco speculativo contro il Paese fu, in certe fasi, più di un caso di studio. Ma alla lunga gli investitori internazionali puntarono con attenzione sull’Italia, consolidando l’effetto positivo del sostegno della Bce al debito, in quanto Roma fu ritenuta too big to fail e garanzia di rendimenti positivi per l’interesse ritenuto alto per un’economia del G7. In quella fase Roma ha avuto l’appoggio decisivo di settori della finanza statunitense, come BlackRock e Goldman Sachs, che nella ricerca di ritorni sicuri per i capitali investiti oltre Atlantico hanno sponsorizzato con forza l’acquisto dei Btp.

Oggi la Bce non è più in campo come nel 2020, ma con il Tpi ha varato lo scudo anti-spread per ovviare ogni possibile deviazione verso l’alto dei rendimenti dei Paesi maggiormente esposti dell’Eurozona. E c’è la certezza che Roma non sarà lasciata sola. Mentre per gli investitori vale, in un certo senso, la logica del 2020: in un periodo in cui l’inflazione si preannuncia alta e destinata a durare, un impegno sulle obbligazioni sovrane più a lungo termine dà una prospettiva di rendimento più certa. Il Btp biennale rendeva, al 24 agosto, l’1,71%; quello a cinque anni il 2,66%; quello a dieci il 3,47%. Il Tesoro, con la regia del direttore generale Alessandro Riveraha giocato d’anticipo rispetto a quanto fatto nel 2020 e a luglio ha emesso per oltre 9 miliardi di euro una nuova tranche di Btp Italia indicizzati all’inflazione per attrarre gli operatori.

Un altro vantaggio di questo contesto è la reattività dei Btp ai flussi di liquidità pur in un contesto di rialzo dei tassi da parte di Fed negli Usa e Bce in Europa. “Ci sono fiumi di denaro sui mercati avanzati in attesa di essere impiegati e diversificati. Ma manca la materia prima”, nota Investire Oggi. E questa “sarebbe una finestra di opportunità per i titoli di Stato italiani” principalmente con vista Usa, “specie considerando che il cambio euro-dollaro si sia riportato nuovamente sulla parità”. Il flusso di dollari in uscita dai mercati emergenti colpiti dai giri di vite americani sui tassi può dirottarsi, in parte, sull’Italia.

Vi è poi la prospettiva che per difendersi dall’inflazione e garantire un ritorno ai risparmi, i cittadini italiani mobilitino in forma crescente i loro risparmi tornando a valorizzarli coi titoli di Stato. A agosto è emerso in un report della Fabi, principale sindacato bancario italiano, quanto il risparmio sia assicurazione sulla vita del Paese. La ricchezza finanziaria degli italiani, secondo i calcoli Fabi, a fine 2021 ha doppiato il valore raggiunto dal debito pubblico nazionale ed è arrivata a quota 5.256 miliardi di euro, contro i 2.677 del debito (ora è a 2.766). Di 1.700 miliardi (+50%) la crescita nel decennio scorso, inaugurato dall’ascesa di Mario Draghi alla Bce. La ricchezza finanziaria netta è, nota Repubblica, “rispetto al reddito disponibile, pari al 3,4% in Italia, al 2,8% in Francia, al 2,6% in Germania e al 2,5% in Spagna”. Gregorio De Felice, capo economista di Intesa San Paolo, parlando con La Stampa ha aggiunto che “la quantità di debito da rifinanziare sui mercati” nei prossimi mesi è relativamente ridotta ed “è stimabile nell’ordine dei 50 miliardi di euro, che potrebbero essere coperti da acquisti netti di investitori domestici (intermediari e famiglie) anche a fronte di un possibile moderato flusso di vendite estere”.

Le preoccupazioni maggiori, una volta di più, vengono dall’economia reale e dall’industria, più che dal debito. Ed è proprio in quei campi che l’Italia rischia la tempesta perfetta. L’uso del debito, più del debito. La destinazione delle finanze, più che la certezza del loro approvvigionamento. Il debito italiano è non solo troppo importante per fallire ma anche conveniente, paradossalmente, proprio perché i problemi strutturali dell’Europa hanno aumentato il rischio-Paese ovunque portando i Btp di Roma ad essere, di fatto, un utile prodotto di investimento in questi tempi difficili. Molto spesso la debolezza può essere forza, in economia e finanza. Una lezione che l’Italia non deve scordare.

 

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