Il governo Meloni mette nero su bianco l’austerità. E i dati parlano chiaro: il rigore italiano si consoliderà negli anni a venire. Mentre giunge il tempo del dibattito sulla manovra finanziaria e in vista delle discussioni future sui conti pubblici è interessante studiare il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (Dpfp) recentemente pubblicato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Giancarlo Giorgetti. Questi sta applicando con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni le linee guida economiche messe nere su bianco a fine 2023 con la firma del nuovo Patto di Stabilità e Crescita (Psc) dell’Unione Europea e consistenti in un rientro strutturale dell’Italia dalla fase di alti deficit degli anni passati.
Parola d’ordine: austerità per l’Italia
In una parola: austerità. Anzi, austerità crescente. Non c’è altra strada, per Roma, visti gli impegni presi esplicitamente in sede europea e firmati anche dal governo Meloni per rientrare su un orizzonte di sette anni dall’alto deficit dell’era pandemica. Il Dpfp, che ai sensi delle nuove regole sostituisce la tradizionale Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef) come ultimo step pre-manovra e deve presentare un orizzonte triennale sul fronte della crescita, del debito e degli investimenti, mostra come Meloni e Giorgetti intendano proseguire sul sentiero dell’innalzamento del saldo primario del bilancio dello Stato.
Quest’ultimo, lo ricordiamo, consiste nella differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto della spesa per interessi sul debito pubblico. In altre parole, se l’avanzo primario è positivo significa che dall’attività generale il Paese ottiene più risorse di quante ne distribuisca in termini di servizi pubblici.
I dati sull’avanzo primario: record dall’era Monti
In quest’ottica, l’avanzo primario dello Stato è destinato ad essere dello 0,9% del Pil quest’anno e a crescere negli anni a venire: 1,2% nel 2026, 1,8% nel 2027, 2,2% nel 2028. Meloni e Giorgetti mirano, dunque, a riportare nel 2028 il saldo primario al livello più alto dal 2012, quando per effetti delle politiche austeritarie del governo di Mario Monti toccò il 2,3% del Pil.
Inoltre, considerato che al contempo l’esecutivo si è impegnato ad aumentare le spese in Difesa, con 23 miliardi di euro di aumento per raggiungere il 2,5% del Pil, è chiaro che per mantenere i trend di gestione del debito e dell’avanzo primario bisognerà tagliare altrove.
Avanzo primario, “obiettivo morale” per Meloni
“Il conseguimento già nel 2024 di un avanzo primario segna il raggiungimento di un obiettivo del Governo di natura morale prima che di contabilità pubblica“, scriveva nel resoconto sull’anno passato il Mef nel Piano Strutturale di Bilancio che apriva la strada alla volontà di Roma di raggiungere già nel 2025 un rapporto deficit/Pil inferiore al 3%.
Il Psb indicava gli sforzi compiuti e apriva la strada allo scenario del Dpfp. Al cui interno, è bene sottolinearlo, sono messi neri su bianco i suggerimenti all’Italia del Consiglio Europeo, secondo cui Roma dovrebbe “intensificare gli sforzi per migliorare l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica. Mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sulla crescita potenziale e sulla sostenibilità di bilancio, tra l’altro limitando il ricorso a regimi di pensionamento anticipato e facendo fronte alle sfide demografiche, anche attirando e trattenendo una forza lavoro qualitativamente valida”.
Il sentiero del debito
Il Dpfp prevede l’obiettivo della riduzione del rapporto debito/Pil come Stella Polare e in tal senso segnala che esso avrà un picco del 137% nel 2026 prima dell’inizio del calo. L’obiettivo è contenere al 135% del Pil il debito entro il 2030, sfruttando anche il fatto che la sponda del miglioramento del rating possa ridimensionare la spesa per interessi.
In tal senso, sono molte le pressioni sul Paese che andranno valutate: per un Paese la cui economia è trainata dall’export di aziende che hanno cavalcato aggressivamente la globalizzazione portando l’Italia ai primi posti delle classifiche globali, quanto inciderà la nuova stagione di dazi e crisi commerciali sulla crescita e sul gettito fiscale? Quanto peserà il combinato disposto tra invecchiamento della popolazione, crescita del fardello del welfare e stagnazione dei salari sul bilancio pubblico? E, in prospettiva, sarà sostenibile il fatto che per innalzare le spese militari, anche al netto dei prestiti europei, bisognerà tagliare altrove?
La Francia è scesa in piazza contro la manovra di “austerità militare” dell’ex primo ministro François Bayrou e le ultime giornate hanno visto, con la mobilitazione per Gaza, una vivacità della società italiana che potrebbe esprimersi altrove. Meloni e Giorgetti vogliono fare della responsabilità fiscale una lettera di presentazione per il Paese ma il castello di carte è fragile. E la tenuta della società e dell’economia sono messe sempre in discussione da problematiche strutturali che non hanno ancora generato crepe. Ma andranno valutate con attenzione, evitando di fare del pilota automatico dell’austerità un dogma fine a sé stesso.
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