La guerra a Gaza sta imponendo un severo dazio a Israele sul fronte della sostenibilità economica dell’avventura militare nella Striscia. Lo segnala il Financial Times in un ampio approfondimento ricordando che Tel Aviv deve sostenere la sovrapposizione tra una serie di problematiche e far coesistere sistemi di governance della sua economia tali da consentire di non pregiudicare con le manovre a Gaza lo sviluppo di un’economia altamente innovativa e tecnologizzata.
In sostanza Israele deve tenere assieme l’esorbitante aumento delle spese militari, la presenza di un “buco” nella forza lavoro per il richiamo di molti riservisti e la necessità di tamponare il calo della produzione e l’aumento del debito dettati dal contesto bellico. Il Ft ricorda che nel 2024 il governo di Benjamin Netanyahu prevede che la spesa per la Difesa tocchi quota 55 miliardi di shekel (pari a 15 miliardi di dollari), registrando dunque un aumento dell’85% rispetto allo stanziamento pensato prima dei raid di Hamas del 7 ottobre.
Il Ministero delle Finanze stanzierà per la Difesa il 20% del budget statale, contro il già considerevole 13,5% del 2023. Il Pil israeliano si è contratto del 19,4% nel trimestre finale del 2023 e questo ha imposto al Paese un crollo di 12 miliardi di shekel (3,27 miliardi di dollari) delle entrate statali nello stesso periodo, tutto questo mentre la spesa pubblica aumentava di 26 miliardi di shekel (7,1 miliardi di dollari). Il risultato? Un buco di bilancio.
Il Financial Times nota che fonti governative israeliane contattate hanno fatto sapere che allo studio del governo Netanyahu c’è un piano per emettere fino a 60 miliardi di dollari di debito per finanziare con “obbligazioni di guerra” l’operazione a Gaza e per imporre una vera e propria austerità: l’Iva nel Paese salirà dal 17 al 18% nel 2025 e al contempo si prevede il congelamento delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni. Saranno aumentate le accise sui tabacchi e le tasse sulle plusvalenze finanziarie per colmare un deficit di bilancio previsto al 6,6% del Pil secondo le stime del quotidiano della City di Londra.
Yali Rothenberg, ragioniere generale del ministero delle Finanze, ha dichiarato al Ft che un fattore di crisi dell’economia è stata la mobilitazione di 300mila riservisti e si prevede che nel 2024 la smobilitazione di molti giovani che torneranno alle attività produttive imporrà un freno alla caduta economica dello Stato ebraico. L’obiettivo è tornare a far galoppare Israele nella corsa all’innovazione e allo sviluppo di frontiera che ha fatto grande l’economia del Paese non solo grazie alle ricadute securitarie della tecnologia. Del resto a fine ottobre il Times of Israel ricordava che “circa il 70% delle aziende tecnologiche e delle start-up israeliane si trovano ad affrontare interruzioni nelle loro operazioni poiché una parte dei loro dipendenti si è presentata per il servizio di riserva”. In quell’occasione un’ampia platea di economisti, dal vincitore del Premio Nobel per l’economia 2021 Joshua Angrist del Massachusetts Institute of Technology all’ex governatore della banca centrale di Tel Aviv Jacob Frenkel, avevano scritto a Netanyahu un appello a contenere la spesa pubblica non essenziale per finanziare la guerra.
L’economia riconvertita di Israele saprà reggere l’urto della guerra? E che impatti politici avrà questo scenario? Nella giornata di martedì 27 febbraio avremo un primo barometro dell’opinione dei cittadini israeliani sul governo, dato in crollo di consensi dallo scoppio della crisi a oggi, con le elezioni amministrative in cui sette milioni di israeliani saranno chiamati a votare per i sindaci o i capi dei consigli locali in 197 autorità municipali e 44 consigli locali. Un test che avrà un peso politico nazionale in un Paese che vive una crisi securitaria, economica e psicologica mentre continua, inclemente, l’operazione a Gaza in cui 30mila persone hanno perso la vita. Netanyahu con la guerra mira a “esportare” l’instabilità israeliana, ma dati come quelli dell’economia lo richiamano alla realtà. E mostrano come anche lo Stato ebraico viva una dura situazione per una guerra che pare sempre più difficile da chiudere in maniera realistica.

