Dal secondo dopoguerra, e soprattutto dagli anni Settanta, il dollaro statunitense è stato il pilastro del sistema monetario internazionale. In altre parole, negli ultimi settanta anni il dollaro ha conquistato la fiducia del mondo intero, soprattutto grazie allo sviluppo economico del Paese emittente e, contestualmente, a una serie di interventi politici a favore della dollarizzazione: Piano Marshall e politiche monetarie ad hoc, fino ad arrivare alla costruzione del sistema dei petrodollari.
La conquista della fiducia intorno al dollaro si è tradotta così nella capacità unica per Washington di finanziare spese illimitate e deficit crescenti in virtù del “privilegio esorbitante” della propria moneta. Ma oggi questo equilibrio appare sempre più fragile e sottoposto ad una radicale trasformazione.
La quota di dollari nelle riserve delle banche centrali è passata dal 71% del 2000 al 57,7% del 2025. Nello stesso periodo, l’oro è risalito al 19% e lo yuan è entrato per la prima volta con il 3,1%. Nel contempo, la quota dei pagamenti globali in dollari, guardando solo alle transazioni tramite Swift, è scesa dal 61% del 2010 al 48% del 2025, mentre lo yuan è salito nel giro di un decennio da 0 al 2,9%. Tuttavia, se includiamo l’uso dei circuiti non Swift, le stime posizionano lo yuan in una forbice tra il 4 e il 10% dei pagamenti globali (Swift-Imf).
Un aspetto cruciale per comprendere i cambiamenti in atto è infatti la costruzione di alternative infrastrutturali: negli ultimi anni la Cina ha sviluppato il sistema Cips (China Interbank Payment System), mentre la Russia ha lanciato lo Spfs come alternativa a Swift. Entrambe le piattaforme sono pienamente funzionanti e totalmente svincolate da Washington, consentendo di aggirare le innumerevoli sanzioni imposte non solo alla Russia ma anche a molti altri partner cinesi come l’Iran e il Venezuela. C’è poi il capitolo materie-prime-valute.

E-yuan e materie prime
Una quota crescente di energia e materie prime viene oggi scambiata in valute diverse dal dollaro. Russia, India, Cina e Turchia regolano contratti in yuan o valute locali, mentre l’Arabia Saudita sta valutando l’introduzione di contratti futures in yuan per il proprio petrolio, dopo la scadenza, il 9 febbraio 2024, del contratto cinquantennale con gli Usa.
Parallelamente, cresce l’interesse verso valute digitali sovrane, come l’e-yuan, che rafforzano la capacità di regolamento indipendente. La Cina ha lanciato un progetto pilota per prima nel 2020 (Dcep) ed oggi, rivela uno studio dell’Atlantic Council (Cbdc Tracker – settembre 2024), vi sono 134 Paesi, rappresentanti il 98% dell’economia mondiale, che stanno avanzando nello sviluppo di valute digitali delle banche centrali (Cbdc).
Secondo l’Imf, nel giugno del 2023 sono state rilevate 950 milioni di transazioni in yuan digitale per un valore di circa 250 miliardi, nonché l’esistenza di 120 milioni di portafogli attivi. Dopo un anno, nel giugno del 2024, il volume di queste transazioni aveva quasi raggiunto il trilione di dollari (quadruplicandosi) e i portafogli aperti erano circa 180 milioni.
Questi sviluppi evidenziano l’impegno della Cina nel promuovere l’uso internazionale dello yuan digitale, con particolare attenzione ai paesi del Medio Oriente e del Sud Est Asiatico, attraverso collaborazioni strategiche e progetti pilota innovativi. La stessa JP Morgan evidenzia che la de-dollarizzazione è già visibile nei mercati delle materie prime, con effetti diretti sulle riserve necessarie in dollari e quindi sulla capacità USA di finanziare deficit illimitati.

Lo Yuan come strumento di riequilibrio
Uno degli equivoci più diffusi è quello secondo cui la Cina aspirerebbe a sostituire il dollaro con lo yuan. Si tratta di un’interpretazione errata. In realtà, Pechino non ha mai espresso la volontà di imporre la propria valuta come moneta dominante, perché considera insostenibile un sistema internazionale incentrato su una singola valuta sovrana.
La Repubblica Popolare Cinese lavora piuttosto a un obiettivo diverso: la costruzione di un ordine multipolare, anche in campo valutario, fondato sulla cooperazione tra più poli continentali e sull’uso crescente di valute locali, come sta avvenendo.
L’idea non è sostituire un’egemonia con un’altra, ma superare una struttura di dominio che ha alimentato squilibri e diseguaglianze globali. Il ruolo dello yuan va quindi letto come parte di un processo di riequilibrio sistemico: la sua diffusione nelle transazioni internazionali, benché lontanissima dal dollaro, non è il segno di un nuovo imperialismo cinese, ma di un cambiamento strutturale che coinvolge molti Paesi del mondo.
Se gli Usa minano la credibilità del dollaro
Se da un lato le alternative guadagnano terreno, dall’altro sono soprattutto le politiche statunitensi a minare la credibilità del dollaro. O meglio, sono queste ultime ad aver accelerato la ricerca di alternative di riserva, di pagamento e di scambio. Negli ultimi anni, le amministrazioni Biden e Trump hanno contribuito a politicizzare sempre di più il sistema economico-finanziario internazionale.
Dalle sanzioni a Paesi terzi al congelamento delle riserve sovrane (come nel caso dei 300 miliardi di dollari russi), dalle restrizioni commerciali fino al blocco di acquisizioni strategiche, Washington ha progressivamente eroso il principio della neutralità valutaria. A questo si aggiungono il debito pubblico statunitense ormai superiore al 120% del Pil, una posizione netta sull’estero pesantemente negativa (circa 25 trilioni) e la crescente conflittualità geopolitica. L’esito di tutto ciò non può che essere un calo della fiducia nel dollaro e la ricerca attiva, da parte di molti Paesi, di strumenti di protezione e di emancipazione.

Che cosa succederà?
Le spinte alla de-dollarizzazione, quindi, non nascono soltanto dal declino relativo degli Stati Uniti, ma anche dallo sviluppo del “Sud del mondo” e da una storica domanda globale di autonomia e democratizzazione delle relazioni internazionali.
Dal 2014, il Pil cinese ha superato quello statunitense a parità di potere d’acquisto, e oggi Pechino è il primo partner commerciale di oltre 150 Paesi. L’emersione di un “Sud globale” più integrato e consapevole si riflette nella crescita dei Brics+ e della Sco, che insieme rappresentano ormai quasi metà della popolazione mondiale e oltre il 40% del pil globale.
Di fronte a questi cambiamenti, la risposta statunitense è stata spesso improntata a una nuova forma di unilateralismo: guerre commerciali, dazi, sanzioni, congelamento di asset. Scelte che hanno finito per accelerare il processo di perdita di fiducia nel dollaro. In questo quadro, le discussioni in sede Brics+ e Sco sull’eventuale creazione di nuove valute digitali ancorate ad oro o commodity mostrano la direzione intrapresa. Non si tratta solo di economia: sempre più Paesi vedono nell’ordine a guida Usa una certezza di instabilità e di rischio crescente.
Lungi dall’assistere ad una sostituzione lineare con lo yuan, stiamo entrando in una fase diversa: la costruzione di un sistema multi-valutario, più complesso ed equilibrato, in cui diverse monete – yuan, euro, rupia, real, oro e valute digitali – coesisteranno con il dollaro. È il risultato sia dell’erosione di fiducia verso il sistema statunitense, sia dell’emersione di nuove capacità materiali (rinnovata competitività), da parte del Sud globale: tecnologia, banche multinazionali, infrastrutture per i pagamenti transfrontalieri e monete digitali delle banche centrali. Siamo di fronte a un cambiamento che sta segnando la fine del vecchio ordine unipolare e l’avvio di un equilibrio destinato a ridisegnare le relazioni internazionali nei prossimi decenni. E sarà più veloce di quanto si possa immaginare.

