Quattordici lettere ai leader di altrettanti Paesi per mostrare la fermezza americana ma anche…la disponibilità a trattare. Donald Trump ha usato Truth, il suo social network, per annunciare, postando le missive, il via libera a nuovi dazi reciproci contro determinati partner degli Usa che vantano un surplus commerciale con Washington. Si va dalla Bosnia, che ha poco più di 100 milioni di dollari di surplus, a Corea del Sud e Giappone, con cui gli Usa vantano disavanzi di oltre 40 e 60 miliardi di dollari sui beni scambiati rispettivamente, con un canovaccio chiaro: via libera alle tariffe ma dall’1 agosto. Ergo: c’è ancora spazio per negoziare, per chi volesse trovare un accordo commerciale in extremis con gli Usa.
L’obiettivo americano è chiaro: abbattere i “disavanzi gemelli”, fiscale e commerciale, convincere i Paesi partner a trattare e mettere nero su bianco concessioni favorevoli agli Usa, magari un acquisto di un debito che secondo la Federal Reserve e molti operatori rischia di essere il tallone d’Achille americano e, sostanzialmente, stabilire un contributo all’ingresso al mercato americano per quegli Stati ritenuti potenzialmente “vincitori” di un modello garantito dagli Stati Uniti.
La percezione è che Washington voglia far passare questo principio e l’ampio numero di Stati, dal Kazakistan alla Malesia, coinvolti indica che si vuole spingere i partner a una trattativa e fare “massa critica” per spingere quei negoziati oggi in stallo, dall’Unione Europea all’India. Il principio che si intende far passare è quello di un tentativo di ribaltamento del tradizionale valore macroeconomico delle misure daziarie, come tentativo di protezione dell’industria nazionale da un’offensiva commerciale di prodotti più convenienti provenienti dall’estero. L’enfasi sul re-shoring, sugli accordi per valorizzare le strategie industriali, sulla costruzione di catene del valore resilienti e solide è venuta meno nella narrazione trumpiana, che pure si nutre del principio secondo cui, investendo in America, le aziende saranno esentate dai dazi.
La realtà è più prosaica: Washington percepisce come fragile il suo sistema, prossimo alla rottura in caso di caos sul debito, e non intende né rinunciare al ruolo di egemone globale sul fronte valutario e finanziario né sobbarcarsi tutti gli extra-costi che ciò comporta. Il messaggio ai Paesi partner è chiaro: godete dei vantaggi della globalizzazione a trazione americana, volete veder le vostre merci fluire su mari dove la libertà di commercio è garantita dalle portaerei a stelle e strisce, continuate a commerciare in dollari? Se sì, gli States chiederanno un contributo al mantenimento di questo sistema da enfatizzare tramite dazi che in realtà sono pensati ormai con un fine di incentivo più che di vera e propria arma macroeconomica.
I dazi come strumento di proiezione di potere, come sublimazione dell’unilateralismo americano che cerca di imporre il suo peso, come strumento di riequilibrio di un mondo in cui l’America trumpiana percepisce sia la fatica imperiale sia il costo dell’egemonia. Non è detto che tutto il mondo segua. Ma a Trump interessa che il maggior numero di Paesi accetti questo concetto, come hanno fatto Regno Unito e Vietnam dando il via libera al dazio reciproco americano (10 e 20% rispettivamente) senza controbatterlo. Quanti saranno disposti a pagare il “biglietto d’ingresso” chiesto da Trump resta però il vero, grande dilemma da cui dipende la strategia nel suo complesso.
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