L’Unione Europea sceglie la strada della risposta graduale ai dazi di Donald Trump, come a voler saggiare la capacità di reazione del suo sistema a una potenziale guerra commerciale. Ci sono beni che vanno dalla soia alle motociclette, dalla carne di pollo al succo d’arancia, passando per i blue jeans, nel novero dei beni per un valore complessivo di 21 miliardi di euro importati dagli Usa che subiranno dazi aggiuntivi da parte dei Ventisette.
Una risposta graduale ai dazi
Emblematicamente, l’Ue ha concordato la sua risposta, adottata dal Consiglio e annunciata oggi dalla Commissione Europea, specificando di stare rispondendo non tanto ai dazi generalizzati e “reciproci” imposti al 20% da Trump nella giornata del 2 aprile, ma alle precedenti tariffe su acciaio e alluminio.
Sarà una reazione graduale e dilazionata nel tempo, dato che come scrive Politico.eu “le contromisure dell’Unione Europea si applicheranno in tre fasi. Le misure che coprono 3,9 miliardi di euro di scambi entreranno in vigore la prossima settimana, con ulteriori 13,5 miliardi di euro da metà maggio e un ultimo ciclo da 3,5 miliardi di euro a dicembre”. L’America è scattata in salita di fronte all’Ue e Bruxelles sceglie di reagire pedalando col proprio passo, come a testare le sue energie.
Come scritto, sono molti i dubbi che regnano a Bruxelles: innanzitutto, la percezione che questa mossa fosse attesa ma sia giunta in fronte all’Europa come un treno in corsa. A cui si aggiunge un acceso dibattito sui dazi “autoimposti” che danneggiano la competitività europea, come le regole sull’ambiente e le normative sulla concorrenza. Infine, c’è un’implicita multipolarità circa l’atteggiamento da tenere verso gli Usa.
L’Italia di Giorgia Meloni cerca di fare da mediatrice e di giocare di sponda tra Europa e Usa; la Francia di Emmanuel Macron mira a una punizione dura ai dazi Usa; la Germania sente il peso della guerra economica americana che dura da un decennio e cerca di rilanciare la sua industria interna prima di guardare alla questione generale. Più pragmatico di tutti, Pedro Sanchez in Spagna prova a mettere al sicuro con linee di credito la sua industria nazionale.
L’Europa ora non vuole la guerra commerciale, ma potrebbe trovarsi a combatterla
La sensazione è che l’Europa non voglia una guerra commerciale totale che imporrebbe di ripensare l’intera agenda economica e di fare scomode scelte, ad esempio nei rapporti con la Cina e l’Asia. Con gli Usa si mira, prima o poi, a trattare cercando di preservare il più possibile le misure di rappresaglia più solide per un secondo momento. Non mancano le idee, anche originali: imporre sanzioni alle società di servizi americane; escludere le Big Tech e altri colossi dagli appalti pubblici comunitari; promuovere accordi con Paesi terzi per dirottare altrove l’export precluso dalle sanzioni americane.
Un’altra linea d’azione potrebbe mettere in campo la Banca centrale europea come garante tramite liquidità e abbassamento dei tassi della svalutazione dell’euro per compensare i dazi e invadere il mercato Usa. José Luis Escrivá, governatore della Banca di Spagna, ha dichiarato al Financial Times che sull’economia globale “si stanno concretizzando alcuni degli scenari peggiori che avevamo individuato” e che l’Europa deve studiare come reagire non solo sul piano economico ma anche su quello più strettamente finanziario perché a livello europeo “possiamo offrire un’area economica molto ampia e una moneta solida, che beneficiano della stabilità e della prevedibilità”.
Veri e propri strumenti di guerra economica possono essere messi in campo ora che Washington mette in discussione tanto i rapporti transatlantici quanto la solidità del sistema globale in cui l’economia europea si è plasmata negli ultimi decenni.
Non solo contro-dazi: come può reagire l’Europa
Una mossa, ad esempio, potrebbe essere la spinta all’uso dell’euro negli scambi globali dell’Europa per erodere il predominio globale del dollaro americano e una parallela moratoria all’acquisto di titoli di debito statunitense a livello comunitario, così da depotenziare uno degli obiettivi, oltre alla reindustrializzazione, di Trump, ovvero l’abbattimento dei costi di finanziamento dei T-Bond; un’altra manovra potrebbe implicare la formalizzazione dell’obbligo di registrare compagnie europee, joint venture e società di diritto comunitario, magari in partecipazione con attori del Vecchio Continente, per le imprese americane che investono in settori strategici, dall’intelligenza artificiale alle telecomunicazioni.
Infine, spingere su politiche industriali a tutto campo per far avanzare progetti comuni tramite la priorità data a attori europei alzerebbe la trasmissione della domanda aggregata interna al blocco. I prestiti di ReArm Europe sono già esclusi alle imprese della Difesa americana e questo può essere un modello per la risposta su altri fronti, dai piani infrastrutturali del programma Ten-T ai progetti per costellazioni satellitari, passando per il cloud e altri piani strategici.
In parallelo, l’Europa può agire anche su altri teatri politici, ad esempio alzando il prezzo del negoziato russo-americano sull’Ucraina concorrendo per le riserve minerarie di Kiev o offrendo garanzie economiche ulteriori. Dall’ampiezza delle risposte a disposizione e dalla serietà con cui in Europa, con originalità le valuteranno, capiremo se questa battaglia sarà combattuta dall’Ue fino in fondo. E se dunque i primi, timidi, controdazi sono segno di cautela, di gradualismo o piuttosto della spesso ricorrente pusillanimità europea, che oggi più che mai sarebbe deleteria.