Alta finanza e tecnologia brindano a trimestrali brillanti e corrono a Wall Street, mentre la Main Street dell’industria e dell’attività economica non legata a questi due settori negli Usa incespica sulla scia dell’incertezza legata alle politiche del presidente Usa Donald Trump. In sostanza, i risultati positivi di due comparti premiano i “vincenti” del primo semestre della nuova amministrazione e il trend generale riflette un bilancio di questa prima fase del Trump 2.0.
Da un lato, Wall Street vola ai massimi e gli Usa accelerano nel Pil oltre il 3% di crescita nel secondo trimestre, fugando i rischi recessivi, sulla scia di due dinamiche: da un lato, la scelta di fare scorte accumulate nel primo trimestre da parte delle imprese ha prevenuto il caos dazi e dall’altro lo stimolo privato, e anche pubblico, all’investimento in intelligenza artificiale e tecnologie ad essa collegate ha mantenuto dinamica e attiva l’economia nel suo complesso.
Le scelte di Trump hanno agito da bias di conferma. Su Wall Street pioverà la manna dello One Big Beautiful Bill Act che taglierà pesantemente le aliquote corporate, renderà strutturali i vantaggi da capital gain e favorirà i redditi superiori al prezzo di oltre 3.400 miliardi di dollari di debito in dieci anni. Su Big Tech, invece, emerge l’attenzione di The Donald per l’intelligenza artificiale e la leadership nel settore, manifesta in tutto il governo finora dal varo del progetto Stargate il 21 gennaio scorso, secondo giorno dell’amministrazione, alla recente pubblicazione di una strategia nazionale nel settore.
Come nota il Financial Times, “da gennaio, le stime di quanto le grandi aziende tecnologiche spenderanno quest’anno per sviluppare infrastrutture di intelligenza artificiale sono aumentate di 60 miliardi di dollari, raggiungendo i 350 miliardi di dollari”, in un contesto in cui “tutto questo entusiasmo sta neutralizzando il timore che l’incertezza delle politiche commerciali possa smorzare gli animi e congelare i nuovi investimenti”.
Il Ft ha analizzato i dati Societé Genérale sull’indice S&P500 relativi al secondo trimestre, notando come i due settori dominanti sovraperformassero il resto del listino di un fattore 2,5 a 1, come le prime dieci aziende avessero assorbito un terzo degli interi profitti dell’indice e di come i due comparti abbiano aumentato su base annua gli utili del 41% (tech) e del 12,8 (finanza) in un contesto in cui il 52% delle aziende denuncia profitti in calo e l’indice resta sostanzialmente stabile. In questo contesto, è chiaro che sull’onda della sfida tariffaria sempre più comparti interni dovranno pagare sui propri conti i prezzi dei dazi e dunque si creerà una profonda divaricazione tra quei settori che, per sicurezza nazionale o gigantismo americano rispetto al resto del mondo, potranno mantenere la barra dritta e continuare a esercitare potere di mercato e quelli che saranno danneggiati dal contesto negativo promosso dall’evoluzione delle politiche daziarie.
Sarà Main Street a doversi sobbarcare una parte dei costi tutt’altro che indifferente, dato che la reindustrializzazione fatica a emergere, c’è la spada di Damocle dell’inflazione da dazi e il mercato del lavoro ha il fiato corto. Scrive il Ft che “il Bureau of Labor Statistics ha dichiarato che la più grande economia del mondo ha creato solo 106.000 posti di lavoro da maggio a luglio, in netto calo rispetto ai 380.000 creati nei tre mesi precedenti”. Un dato non secondario se si pensa che proprio l’America industriale e lavoratrice è un target politico fondamentale per l’amministrazione Trump. Oggi chiamata a fare i conti con gli esiti sinora contraddittori delle proprie politiche rispetto alla sua base elettorale. Un tema che può in prospettiva diventare un problema politico per The Donald.