L’Office of Trade and Manufacturing Policy (Otmp) della Casa Bianca, ossia l’ufficio incaricato di definire le politiche commerciali e manifatturiere dell’amministrazione Trump, ha pubblicato un report destinato a far discutere. Si intitola The Great Transshipment Scam, e cioè “La grande truffa del transito”, ed è un documento di 25 pagine con una copertina emblematica: un cavallo di Troia in legno identico a quello utilizzato nella mitologia greca da Ulisse per consentire agli Achei di espugnare la città di Troia.
Il contenuto del paper è uno studio sulle merci, soprattutto cinesi, fatte transitare attraverso Paesi terzi per eludere i dazi doganali statunitensi. Il Council of Economic Advisers della Casa Bianca stima il potenziale valore di questo transshipment illegale tra 34,2 e 89,6 miliardi di dollari, mentre il Dipartimento del Commercio Usa parla addirittura di 109 miliardi.
In ogni caso, gli Stati Uniti hanno individuato oltre 40 Paesi “associati a un elevato rischio di trasbordo illegale”. Nove di questi si trovano nel Sud Est Asiatico, una regione tanto strategica quanto critica per la sfida a distanza tra Washington e Pechino.
Gli Usa e il rebus del Sud Est Asiatico
La “lista dei cattivi” comprende Indonesia, Malesia, Thailandia e Vietnam, tutti classificati come Paesi che “combinano volumi significativi di transito illegale con una maggiore integrazione nelle catene di approvvigionamento legate alla Cina”. Quelle di Cambogia, Laos, Myanmar, Filippine e Singapore vengono invece definite come “economie più piccole con volumi assoluti di transito illegale inferiori, ma con specifici vantaggi derivanti dall’essere anelli deboli della catena”.
Come ha spiegato Foreign Policy, nel momento in cui scriviamo la pubblicazione del documento ha soprattutto un valore politico: rappresenta un messaggio esplicito inviato da Trump ai governi direttamente menzionati e segnala la volontà degli Stati Uniti di intensificare i controlli sul trasbordo delle merci.
Una lettura più approfondita lascia intendere quale sia il reale problema percepito dall’amministrazione Trump: il ruolo giocato dal Sud Est Asiatico nell’alimentare un fenomeno economico in grado di avvantaggiare la Cina a scapito degli Usa. In altre parole, Washington sostiene che il Dragone abbia costruito, dopo la prima ondata di tariffe del 2018, una rete globale di Paesi intermedi attraverso i quali far passare le proprie merci aggirando i dazi statunitensi.
Il problema è che una parte tutt’altro che trascurabile di queste nazioni coincide con interlocutori più o meno stretti con i quali gli Stati Uniti hanno rafforzato i rapporti militari per contenere l’ascesa della Cina nel Sud Est Asiatico. La domanda, dunque, è inevitabile: come stroncare il trasbordo senza compromettere questi legami strategici?
Una regione strategica
L’avvertimento è stato lanciato. Tuttavia, Washington rischia di confondere il confine tra l’elusione tariffaria deliberata con la legittima diversificazione delle catene di approvvigionamento dei Paesi. Già, perché una catena di approvvigionamento che tocca la Cina è ben diversa dal transito illegale menzionato dal rapporto della Casa Bianca guidato dal super falco Peter Navarro.
L’Economists ha non a caso demolito il paper scrivendo che la produzione manifatturiera moderna è strutturata come “una rete globale di catene del valore che distribuisce la capacità produttiva tra i vari Paesi in ogni fase della produzione” e che “se la vicinanza a input o aziende cinesi è considerata prova di complicità in una truffa anti americana, allora gli Stati Uniti sono in guerra con il commercio stesso”.
Il report potrebbe comunque essere l’ennesimo tentativo da parte dell’amministrazione Trump di giustificare dazi elevati contro i membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (Asean) nel tentativo di stroncare una pratica favorevole a Pechino. Con il rischio concreto di perdere però validi alleati e partner nel testa a testa con il Dragone.