Cambiano i comandanti in capo a Washington ma non cambia la sostanza dei rapporti, complessi, tra Stati Uniti ed Europa sul piano economico: quella che è la più vasta, strutturata e complementare relazione commerciale bilaterale della storia umana, con un surplus industriale europeo corrisposto da un ampio plusvalore americano sui servizi, è da almeno un decennio condizionata dalla volontà statunitense di ridefinirne ogni aspetto a proprio vantaggio usando tutte le armi a disposizioni per erodere quello che è ritenuto un guadagno del Vecchio Continente costruito sfruttando l’architettura della globalizzazione a stelle e strisce.
La guerra economica degli Usa all’Europa
E la “letterina” di Donald Trump alla Commissione Europea di sabato 12 luglio è solo l’ultimo capitolo di questa animata relazione, che mette l’Unione Europea di fronte alla necessità di capire cosa fare per gestire una vera e propria guerra economica da parte della superpotenza d’oltre Atlantico. I dazi reciproci al 30% giustificati dal presunto squilibrio dei fattori produttivi sono il “biglietto d’ingresso” chiesto da Trump alle imprese europee e ai governi del Vecchio Continente per rimettere in sesto questa presunta ingiustizia. Ma mostrano anche l’emergere della fase più acuta di una competizione economica che si inserisce nel quadro della ridefinizione dei rapporti geopolitici tra i due campi alleati nella Nato.
Da Barack Obama in avanti la guerra economica americana all’Europa si è sostanziata. Trump è semplicemente l’unico presidente a spogliarsi di qualsiasi spirito transatlantico e a leggere in chiave di crudi rapporti bilaterali la realtà. L’America ha voluto ridimensionare i surplus commerciali europei temendo di dover pagare più volte per la sua alleanza: spendere denari per difendere l’Europa, garantire un sistema-mondo su cui viaggiano i commerci e poi registrare deficit commerciali proprio con i partner che agiscono da clientes della superpotenza sul piano geopolitico. Questa dinamica, al centro dell’egemonia americana sull’Occidente, ha iniziato ad apparire costosa agli Usa di fronte all’emersione di disuguaglianze e fragilità interne e all’onda lunga delle crisi economiche e geopolitiche globali.
La sfida del surplus tedesco ed europeo
Per Washington l’Ue, e in particolar modo la Germania titolare del maggior surplus con gli Usa (70 miliardi di euro su 198 complessivi nei beni fisici) sul piano industriale, hanno “barato” e andavano ridimensionate, richiamandole al contempo all’ordine come alleati nella sfera geopolitica.
Ci ha provato Barack Obama col sostegno all’ascesa di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea in funzione di contenimento all’austerità tedesca e con il Dieselgate scatenato contro Volkswagen e l’auto tedesca. Ha rilanciato, in largo stile, Joe Biden nel 2022-2023 varando l’Inflation Reduction Act per drenare, con sussidi pubblici, gli investimenti in tecnologie per la transizione energetica e infrastrutture dei colossi europei verso gli Usa e spingendo sul progressivo allontanamento dell’Ue dalla Cina su vari dossier (in particolare la tecnologia) e sulla rottura dell’asse economico con la Russia dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. In mezzo, e poi ora, Trump è intervenuto con la leva daziaria, che nel secondo mandato è pensata come mossa inevitabilmente difensiva della produzione, del debito, della stabilità economica americana.
Appare chiaro, dunque, l’obiettivo di commentare la partita daziaria non considerandola una monade ma inserendola in una chiara strategia americana per blindare il controllo sull’Occidente, depotenziando il peso globale dell’Europa su ogni indicatore ed esaltando le mutue dipendenze dei singoli Paesi dal rapporto con gli Usa. Il fatto che ad oggi la Commissione non abbia deciso alcuna ritorsione ma abbia preferito rispondere rilanciando il dialogo e capendo in che misura gli Usa vogliano, dall’1 agosto, fare sul serio non è da vedersi automaticamente come una dimostrazione di debolezza ma piuttosto come un segno della volontà di analizzare l’evoluzione del contesto tariffario e agire di conseguenza.
L’ora della verità
La sensazione di essere all’ora della verità è chiara: l’Europa, che sta dando su molti campi contropartite chiare all’America (stop in parte alla Global Minimum Tax, spese militari Nato al 5%, acquisti di gas naturale liquefatto a stelle e strisce) potrebbe per ora attendere gli effetti reali del dazio reciproco sull’economia interna e, soprattutto, americana per capire se Trump possa essere pronto in futuro a cambiare le carte. Ma al contempo deve agire sulla causa prima dell’assalto Usa al suo sistema: il peso relativamente alto di Washington nel paniere economico dei Paesi del Vecchio Continente. L’Europa ha una grande occasione: ridefinire le proprie relazioni economiche globali.
Alcuni passi, a tal proposito, stanno venendo fatti. “Da quando, a febbraio, è iniziato il tentativo di Trump di riorganizzare il sistema commerciale, l’Unione Europea si è affrettata a stipulare nuovi accordi commerciali e ad approfondire quelli esistenti”, nota il New York Times, aggiungendo che “il Canada e l’Unione Europea si sono uniti ” e “la Gran Bretagna e l’Unione Europea hanno avviato un riavvicinamento , cinque anni dopo l’uscita ufficiale della Gran Bretagna dal blocco”. Sono inoltre in corso lavori “per rafforzare le relazioni commerciali con India e Sudafrica , e con paesi del Sud America e dell’Asia“, oltre che per espandere lo sguardo all’Africa e ai Paesi dell’Asia centrale. La sfida per l’Europa sarà capire se i condizionamenti geopolitici Usa impatteranno anche su questo riassetto o se la retorica transatlantica sia destinata a venire meno.
Una cosa è certa: parlare di una strategia Usa contro l’Europa che parte con Trump è quantomeno fuorviante. Washington mira da tempo a riconfigurare a suo favore i rapporti bilaterali. Cambiano gli strumenti, cambiano le modalità, cambia la retorica, non l’obiettivo ma anche la sostanziale apatia europea. Per la quale il tempo sembra però destinato a scadere
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