Dazi contro l’Iran: gli Usa, frustrati per la sconfitta, rilanciano

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Oggi il varo ufficiale dei dazi alzo zero contro Teheran che colpirà, nelle intenzioni, anche quanti continueranno a effettuare scambi commerciali con la nazione di cui l’America, con questa iniziativa, vorrebbe incenerire l’economia.

L’amministrazione Trump ha chiarito perfettamente che non si tratta dell’ennesima guerra commerciale, ma di natura militare, avendo specificato che quanti non si atterranno a quanto disposto saranno trattati da nemici. In pratica ha dichiarato guerra al mondo…

La Cina, partner privilegiato dell’Iran, si è opposta in maniera ferma a tale follia ed è da capire come gli States si muoveranno sul punto. Il petrolio di Teheran, come anche quello dalla sanzionata Russia, viene acquistato da compagnie di comodo dette “teiere”, che non hanno alcun nocumento dalle sanzioni.

Il rischio di un ulteriore inasprimento dei rapporti tra Cina e Usa c’è, anche se mitigato dalla volontà/necessità di Trump di evitare che salti il cruciale incontro con Xi Jinping, previsto a Washington verso la fine di settembre.

Per quanto riguarda Pechino, si sta muovendo molto attivamente nel movimentato ambito mediorientale. Oggi finisce la visita di una settimana di re Abdullah di Giordania nel Regno di mezzo, visita tanto prolungata da potersi definire storica nonostante non sia la prima (è la nona).

E in questi giorni si stanno tenendo le esercitazioni congiunte dell’aviazione cinese ed egiziana che segnalano un ulteriore passo avanti della cooperazione militare tra i due Paesi.

Dal canto suo, l’Egitto è corteggiato dal Patto della Mecca – l’alleanza tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia – ma non ha ancora deciso di fare il passo, anche se ha incrementato il coordinamento con i Paesi che vi aderiscono.

A tale Patto potrebbe aderire anche l’Iran, o almeno questo ha dichiarato il capo dell’Agenzia stampa del Parlamento iraniano Mehdi Rahimi, spiegando che il suo Paese sarebbe stato invitato a farlo, accreditando così certa concretezza a una dichiarazione in tal senso fatta dalle autorità pakistane poco dopo la firma del Patto.

Difficile che avvenga, ma già parlare di tale possibilità è un’enormità, tanto che le dichiarazioni di Rahimi hanno suscitato l’irritazione, per usare un eufemismo, di Israele e Stati Uniti (al Mayadeen).

Non sappiamo se tale ipotesi sia lo scopo della visita odierna in Iran del feldmaresciallo Sayed Asim Munir, Capo di Stato Maggiore del Pakistan e uomo chiave dei colloqui indiretti Iran-Usa, resta che il suo viaggio ha una certa rilevanza, incrementata dal fatto che poco prima che partisse ha avuto una conversazione telefonica con Trump.

Poco o nulla si sa di tale dialogo, che potrebbe aver avuto come contenuto solo lo stop di Trump all’adesione dell’Iran al Patto della Mecca, come anche altro e più distensivo (magari una proposta da riferire in via riservata). Solo il tempo lo dirà.

Munir arriva a Teheran un giorno prima del ministro degli Esteri dell’Oman ​Sayyid Badr Al Busaidi. Riprende così il filo del dialogo tra i due Paesi sul destino del traffico navale di Hormuz, negoziato interrotto dalle intemerate del presidente americano, il quale ha minacciato di bombardare il sultanato nel caso scantoni dai desiderata israelo-americani riguardo lo Stretto.

Quanto abbiamo riferito, al di là degli esiti, segnala che lo stallo del conflitto Iran – Stati Uniti non sta producendo, almeno per ora, quanto sperato dagli strateghi di Washington, i quali immaginavano che il blocco di Hormuz da parte della U.S. Navy e lo stallo dei negoziati isolasse Teheran fino al punto di decretarne il collasso, cosa peraltro ribadita a gran voce al momento di emanare le nuove e più dure sanzioni.

Invece, l’attivismo mediorientale, di cui l’Iran resta il convitato di pietra, segnala una perdita di influenza degli States, che le minacce roboanti che hanno accompagnato le sanzioni non fanno che confermare: lo sfoggio muscolare parossistico evidenzia, infatti, frustrazione e paura. Frustrazione per la guerra persa e la mancanza di opzioni per vincere e la paura che tale sconfitta decreti un “liberi tutti” tra i propri alleati.

La perdita di influenza si nota anche da quanto accade in Iraq, che Washington presumeva di aver aggiogato in via provvisoriamente definitiva intronizzando come nuovo Primo ministro Ali al-Zaidi, eletto grazie al durissimo fuoco di sbarramento Usa contro i candidati filo-iraniani.

Tale subordinazione è stata messa in dubbio più volte negli ultimi tempi, ad esempio quando l’Iraq ha protestato contro l’attacco Usa-saudita contro le milizie irachene accusate di aver attaccato una raffineria di Riad, accusa peraltro contestata dalle autorità di Baghdad.

La divergenza ieri è diventata ancora più acuta, dal momento che Baghdad ha comunicato che la scadenza per il disarmo delle milizie attive sul proprio territorio, fissata per il 30 settembre, è stata posticipata, senza peraltro indicare una nuova data.

Gli Stati Uniti, su pressione di Israele, avevano puntato su tale disarmo per ridurre al lumicino l’influenza iraniana nel Paese confinante, analogamente a quanto accade per Hamas a Gaza ed Hezbollah in Libano, chiamate a disarmarsi a maggior gloria della Grande Israele.

La decisione di Baghdad vanifica, per ora, tale speranza. E se gli Stati Uniti rispetteranno la scadenza per il ritiro delle proprie forze dall’Iraq, fissata anche questa per il 30 settembre, saranno essi a registrare un decremento netto della propria influenza. Uno sviluppo agognato dagli iracheni fin dal lontano 2003, quando gli States invasero il Paese dando inizio a una lunga e sanguinosa occupazione.

Ps. I dazi contro l’Iran avranno come conseguenza un ulteriore aumento del costo dell’energia. Conseguenza ovvia, che sfugge agli strateghi Usa, con lo stolido ministro del Tesoro Scott Bessent che si è detto “sbalordito” del rincaro…