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L’inattesa “punizione” subita dalla Svizzera nel quadro della partita tariffaria globale e la scelta di Donald Trump di imporre dazi al 39% sul Paese centroeuropeo inizia a avere contorni più chiari, nel contesto della sfida internazionale per il controllo del mercato dell’oro. Nei giorni scorsi il Financial Times ha rivelato che dietro la giustificazione dei dazi c’era l’inserimento di due particolari tipologie di prodotti auriferi, le barre da 1 chilo e quelle da 100 once (2,83 kg), nella categoria di merci sottoposte a imposizione doganale.

La notizia ha suscitato sconcerto nei mercati (i futures sull’oro in consegna a dicembre hanno toccato i massimi storici, sfiorando quota 3.500 dollari all’oncia) dato che in genere i prodotti legati al nobile metallo sono esentati dalle sanzioni e dai dazi in campo di ordinario diritto commerciale internazionale per via dell’importante ruolo svolto come riserva di ricchezza dall’oro.

La Casa Bianca è dovuta arrivare ad annunciare che spiegherà ufficialmente in una prossima comunicazione le dinamiche legate all’oro dopo le montagne russe verificatesi sui mercati. “La London Bullion Market Association, che rappresenta i grandi commercianti istituzionali di oro e le banche, ha dichiarato venerdì sera di voler chiedere chiarimenti a Washington”, nota il Ft, sottolineando come la comunicazione transatlantica sul settore aurifero sia fondamentale dato che “il Comex statunitense è il più grande mercato finanziario al mondo per i lingotti, ma per funzionare in modo efficiente il mercato si basa sull’accesso illimitato al mercato dell’oro fisico con sede a Londra, che sarebbe ora minacciato da eventuali imposte”.

Il ruolo della Svizzera per il mercato dell’oro

La Svizzera, in quest’ottica, è il Paese chiave per la raffinazione dell’oro fisico che viaggia nei mercati internazionali. Secondo i dati del 2024, la Svizzera controlla il 70% della filiera della raffinazione globale dell’oro tramite cui il nobile metallo estratto dalle miniere o riciclato può esser trasformato nei tipici lingotti che rappresentano la caratteristica forma di conservazione della risorsa. Buona parte dei 48 miliardi di dollari di deficit commerciale di Washington verso Berna sono legati al traffico aurifero, un dato che la presidente Karin Keller-Sutter, volata a Washington, non è nei giorni scorsi riuscita a spiegare a Trump non avendo ricevuto udienza alla Casa Bianca.

Per gli Usa colpire l’oro svizzero vorrebbe dire colpire non solo il Paese alpino ma anche un nervo scoperto nella partita aurifera globale: il ruolo della Svizzera come hub in cui ad acquistare oro sono anche i Paesi dei Brics, la cui strategia monetaria di spinta sulla de-dollarizzazione da tempo va di pari passo con l’aumento dell’acquisto di quote d’oro che passano, inevitabilmente, per la Confederazione Elvetica.

“Insieme, i Paesi BRICS detengono ora circa il 20% delle riserve auree ufficiali mondiali. La Banca centrale russa è in testa con circa 2.335 tonnellate, seguita a ruota dalla Cina con 2.279 tonnellate. Insieme, rappresentano oltre il 74% delle riserve BRICS e circa il 15% delle riserve globali”, ha scritto il Nestemann Group sul suo sito in un report sull’oro del forum dei Paesi esterni all’Occidente, aggiungendo che un sottostante aureo può aumentare la fiducia nei sistemi finanziari del gruppo consentendo di “aumentare gli scambi commerciali tra i membri utilizzando valute locali anziché il dollaro statunitense”, di sviluppare “un sistema di pagamento transfrontaliero digitale progettato per aggirare i circuiti finanziari controllati dall’Occidente” e aumentare la credibilità delle istituzioni multilaterali come la Nuova Banca di Sviluppo (Ndb). Anche per questo l’assalto di Trump è geopolitico oltre che economico: si punta la Svizzera e, per interposto Paese, i Brics rivali strategici della superpotenza. Per difendere non solo l’egemonia americana ma anche quella di “Re Dollaro”.

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