Dalla strategia all’azzardo in pochi giorni: Donald Trump vara la guerra commerciale totale contro la Cina e annuncia dazi aggiuntivi del 50% contro la Repubblica Popolare. Sommando al 20% imposto dopo il suo insediamento e al 34% di dazi “reciproci” aggiunti nella giornata del 2 aprile il +50% annunciato oggi porta al 104% le tariffe complessive di cui saranno caricate le merci della Repubblica Popolare in entrata negli Usa. La Cina ha risposto con un 50% aggiuntivo che ha portato all’84% il dazio complessivo che graverà sulle merci Usa che attraverseranno il Pacifico.
Washington ha reagito a gamba tesa dopo che il governo di Xi Jinping ha deciso di reagire simmetricamente con contro-tariffe al 34% ai dazi reciproci della Casa Bianca. Pechino ha ribattuto, mandando la palla nel campo avversario. E a meno di una settimana dal suo varo la corsa di Trump alla sfida totale sui dazi è già giunta a combinare alla strategia, per quanto forzata e muscolare, con cui è stata varata un elemento di sostanziale azzardo.
La guerra commerciale è totale
In sostanza Trump intende cercare di conseguire al più presto tutti gli obiettivi sperati con la guerra commerciale: favorire un rafforzamento dell’industria americana tramite l’attrazione di investimenti sul suolo nazionale; disaccoppiare l’economia statunitense dai rivali tramite strappi radicali; mostrare nell’approccio alla Cina fin dove si può spingere la Casa Bianca nell’offensiva tariffaria e convincere gli altri attori globali a trattare per far pesare nei negoziati bilaterali l’influenza americana; per effetto di queste manovre, rendere più solida l’economia a stelle e strisce, prevenire fiammate inflazionistiche e spinte recessive, conseguire risultati positivi sul fronte del debito pubblico.
Qual è il problema? Il fatto che chi troppo vuole nulla stringe. E Trump dà l’impressione di essere come chi guida un auto a tutta velocità, che non sa quale sia la sua meta ma la vuole raggiungere a ogni costo.
Ad oggi Washington ha incassato la disponibilità a trattare di alcune economie dell’area dell’Asia-Pacifico, dalla Corea del Sud al Vietnam passando per il Giappone, l’apertura degli alleati Javier Milei e Benjamin Netanyahu a ridimensionare i dazi che colpiranno Argentina e Israele, un impegno di massima di altri governi (Indonesia, Taiwan, Sudafrica) a cercare una via negoziale, ma al contempo intende essere radicale contro quelli che ritiene rappresentare i principali “bari” decisi a sfruttare l’economia americana per alimentare il loro surplus commerciale. In Europa il bersaglio è rappresentato dalla Germania mercantilista e ordoliberista, in Asia dalla Cina principale rivale geopolitico e strategico.
Le mosse di Trump e la risposta della Cina
Trump spera di spezzare l’asse in creazione tra Pechino, Seul e Tokyo per trovare un accordo comune in risposta ai dazi e di creare un fatto compiuto: disaccoppiare di fatto Washington e la Cina con un muro tariffario che imponga alle aziende e agli attori terzi una scelta netta. Ma potrebbe aver fatto male i calcoli.
Come ha sottolineato giustamente su queste colonne Federico Giuliani, la filosofia di Pechino è più affine a quella di Tokyo e Seul e mira al rilancio del commercio aperto su tutta la regione dell’Asia-Pacifico tramite il rilancio della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) “un accordo di libero scambio firmato nel 2020 – ed entrato in vigore nel 2022 – formato da 15 Paesi dell’Asia-Pacifico (compresi i più sanzionati dagli Usa: Cina, Vietnam, Cambogia) che copre circa il 30% del pil mondiale (oltre 26.000 miliardi di dollari), il 30% della popolazione del pianeta (circa 2,3 miliardi di persone) e il 28% del commercio globale“, nota Giuliani.
Il centro della manifattura mondiale ormai è in Asia, la rivoluzione tecnologica in corso, lo spiega bene Alessandro Aresu in Geopolitica dell’Intelligenza Artificiale, ha spostato il cuore del mondo nell’Indo-Pacifico. La globalizzazione è un Giano Bifronte fatta di mercati aperti e sempre più in crescita nei numeri ma sempre più divisi a macchia di leopardo da dazi, controlli all’export, dinamiche di sicurezza nazionale, ma nella narrazione resta tuttavia “l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente” di cui Xi Jinping ha tessuto le lodi al Forum di Davos nel 2017. La scommessa di Trump è che i Paesi asiatici sceglieranno di tornare a riva rinnegando Pechino.
La Cina aspetta i passi falsi Usa
La risposta cinese è pragmatica: muoversi reagendo colpo su colpo ma senza evitare, parafrasando Napoleone Bonaparte, che il rivale interrompa la propria marcia verso un errore. La scommessa cinese è che la risposta ai dazi XXL imposti da Trump sarà la rivolta dell’America periferica colpita da inflazione e calo dei consumi, oltre che da quei tagli di spesa che il flop della strategia di riduzione del costo di finanziamento del debito potrebbe imporre. L’orgoglio di Trump ha spinto il presidente a imporre i maxi-dazi alla Cina contro la volontà di molti membri del suo cerchio magico, dal segretario al Tesoro Scott Bessent a Elon Musk.
La speranza di Xi è che a punire The Donald siano gli indicatori economici americani. Se così sarà, non servirà fare altro per poter passare all’incasso. Nella regione e non solo. Il tempo gioca a favore della Cina: Trump avrà bisogno di mesi o anni per veder i risultati del suo azzardo, a Pechino basteranno poche settimane di turbolenze per mettere in discussione l’intera strategia Usa.
Questo articolo è stato aggiornato nella giornata del 9 aprile per dare notizia e tenere conto nell’analisi della risposta cinese ai dazi al 104% della Casa Bianca

