Donald Trump arriva a Davos e la questione più interessare da osservare è il fatto che le sue parole abbiano coronato un percorso della presenza in forze statunitense al World Economic Forum delle Alpi Svizzere.

Per la terza volta da inizio secolo un capo di Stato americano in carica torna nella “Montagna Incantata” sulle Alpi Svizzere per parlare al World Economic Forum di fronte alla prestigiosa kermesse degli alfieri della globalizzazione e per la terza volta, dopo il 2018 e il 2020, questo presidente è Donald Trump. Il quale ha certamente utilizzato il palco di Davos per rilanciare le sue narrative sul rilancio politico dell’America e per chiarire la sua posizione sul dossier delle ambizioni verso la Groenlandia (“non useremo la forza militare” per ottenerla, ha dichiarato). Ma ha anche parlato all’élite finanziaria ed economica che alle politiche dell’America First guarda in patria con attenzione per le opportunità di business che può generare e all’estero per i possibili sconvolgimenti nelle catene del valore globali.

Trump strizza l’occhio agli investitori

Risulta interessante analizzare il fatto che tra lezioni di storia (piene di imprecisioni) sul ruolo americano nel “liberare” la Groenlandia durante la Seconda guerra mondiale e critiche al “collasso della civiltà” che l’Europa rischia a suo avviso di affrontare, Trump abbia dedicato spazio anche alla rassicurazione sull’economia americana.

Ha dichiarato, forzando la mano, che l’inflazione è totalmente sotto controllo ma anche, con scarsa possibilità di essere contraddetto, che i Treasury Bond del debito americano restano sicuri e un ottimo prodotto d’investimento. Mosse tese a rassicurare i grandi investitori, timorosi che gennaio 2026 si concludesse con uno shock paragonabile ad aprile 2025, dopo l’imposizione dei dazi. E non a caso Trump è stato introdotto da un esponente di punta della finanza mondiale: Larry Fink, Ceo di BlackRock, fondo che ha celebrato di recente il traguardo dei 14mila miliardi di dollari di asset sotto gestione ed è la porta alla borsa di centinaia di migliaia di investitori in tutto il mondo, soprattutto sul mercato americano, on i suoi Etf.

Fink apre a Trump

Introducendo The Donald dalla sua posizione attuale di presidente ad interim del Wef Fink ha rivendicato una lunga conoscenza col tycoon, 25 anni, esaltando la capacità del presidente degli Stati Uniti di “agire, specialmente in momenti difficili”. Nel mondo “stiamo affrontando molte sfide economiche”, dice Fink, rivendicando la necessità di pensare come il capitalismo “si possa espandere”. Ebbene, per il Ceo di BlackRock, Trump ha mostrato grande impegno “negli investimenti in infrastrutture, nell’abbattere le barriere alla crescita”.


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Un endorsement potente, direttamente dal piano più alto del capitalismo, quello stesso piano in cui i giganti della finanza americani dell’investment banking hanno appena stappato lo spumante per un 2025 record per fatturato, utili e capitalizzazione.

La consapevolezza è che nel clima di competizione globale crescente il paradigma trumpista del “capitalismo nazionalista” ibridante intervento pubblico, spinta al connubio tra settori strategici e finanza tradizionale e focus trasversale sulla sicurezza nazionale sia qui per restare. Soprattutto negli Usa. Lo ha capito anche Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, che parlando prima di Trump ha chiesto più pacatezza nell’attacco all’Europa e criticato i dazi, ma ha fatto sponda con Trump sulla sicurezza dei confini dopo aver promosso con la banca di Manhattan un piano da 1.500 miliardi di dollari di investimenti in settori critici per la sicurezza nazionale.

Trump in scia a Lutnick e Bessent

Trump arriva in scia a un’iper-élite finanziaria che ha preso le misure della sua seconda amministrazione, parla a una Davos che ha colto le conseguenze del cambio di paradigma. Segue i suoi strateghi economici, il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello al Tesoro Scott Bessent che ieri hanno fatto, rispettivamente, il poliziotto cattivo (“c’è un nuovo sceriffo in città nell’economia globale” grazie ai dazi, ha detto) e il poliziotto buono (“sedetevi e fate un respiro profondo”, ha detto Bessent agli europei invitandoli a evitare il panico) dell’amministrazione.

Fa intendere che la sua politica muscolare interpreta un cambio di paradigma sistemico dell’intero ecosistema. E che questo cambio di paradigma asseconda gli strappi dell’America First nella misura in cui prova a trasformarli in opportunità: investimenti in supremazia tecnologica oggi, megadividendi bancari domani, magari la corsa alle miniere groenlandesi domani. Tutto tira finché Trump is good for business. Piaccia o meno, un dato con cui bisognerà fare i conti anche e soprattutto in Europa prima di pensare a come prender le misure al solipsismo Usa.

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