Dall’auto alla chimica, l’industria lombarda e la sfida dell’Europa. Parla l’assessore Guido Guidesi

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L’Europa si trova di fronte a bivi importanti per il futuro del suo sviluppo economico e la partita dell’industria, ben manifesta nella recente revisione del piano sull’automotive, è centrale. Come sono lette queste dinamiche dai decisori che guidano i territori capofila dello sviluppo europeo? Del tema InsideOver discute oggi con Guido Guidesi, Assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia nelle giunte guidate da Attilio Fontana dal gennaio 2021.

Assessore, la Lombardia è da sempre un motore manifatturiero europeo, ma oggi l’Europa si trova a un bivio: tra la necessità di rilanciare la competitività industriale e la pressione di transizione ecologica e digitale. Secondo lei, quali sono le priorità assolute per un’Europa che voglia restare leader globale nell’industria avanzata, senza perdere di vista la coesione tra i suoi territori?

“Crescere economicamente deve essere un obiettivo prioritario. L’Europa può tenere insieme gli obiettivi di transizione ambientale e digitale con la competitività e la stabilità del manifatturiero. Questa è anche la sfida lombarda: essere produttivi e sostenibili continuando a crescere economicamente. Per fare questo però la Commissione Europea deve cancellare le restrizioni e le regolamentazioni che hanno obiettivi univoci e omologati. Le attuale regole limitano l’innovazione e la ricerca. O questa Commissione, cambiando ciò che ha fatto la precedente, rimette al centro urgentemente aziende e cittadini oppure l’impostazione ideologica ci farà raggiungere gli obiettivi ambientali attraverso la desertificazione industriale. Ma senza produttori non ci può essere né sviluppo né crescita economica”.

Che ruolo può avere un dialogo tra i territori-guida dell’Europa per una vera strategia continentale?

“È fondamentale, i territori sono molto più maturi rispetto agli Stati centrali nel processo di integrazione europea. La Lombardia e altre regioni europee, di stati diversi, che, come noi, contribuiscono positivamente all’economia di tutto il continente, hanno le stesse priorità e la maturità di complementarsi con visioni a lungo termine. Ricerca, formazione, filiere settoriali, servizi; anche su queste tematiche le regioni sono in grado di costruire una strategia europea. Gli stati invece hanno e continueranno ad avere priorità diverse, viste le differenze territoriali al loro interno e visti anche i diversi obiettivi: bilancio in Italia, pensioni in Francia, riarmo in Germania ecc ecc”.
 

Quali settori potrebbero beneficiare di una maggiore integrazione tra questi territori, e quali ostacoli (normativi, logistici, culturali) vanno superati per renderla efficace?

“L’alleanza delle regioni dell’automotive è formata da 40 regioni che rappresentano più stati europei; abbiamo trovato una sintesi tra punti di partenza diversi perché noi ci confrontiamo con la realtà e quindi con stabilimenti a rischio chiusura causa una impostazione (del ‘solo elettrico’) sbagliata che ha avvantaggiato i cinesi. Abbiamo lavorato e messo sul tavolo una serie di proposte alla Commissione condivise anche con componentisti e costruttori. Ecco, noi siamo consapevoli che in futuro non potranno più esserci così tanti costruttori in Europa ma per salvare il settore e rilanciare siamo disponibili ad integrare i nostri ‘valori aggiunti’.La Baviera fa una cosa, la Lombardia un’altra, la Catalunya e via dicendo, così da integrarci e valorizzare le singole peculiarità, per eccellere insieme a livello globale. Questo potrebbe valere in tanti altri settori e questo potrebbe portare un posizionamento europeo più forte sul mercato globale”.

Oltre all’automotive ci sono altri settori su cui questo schema è applicato?

“Un altro esempio sono gli accordi della Lombardia con Baviera e Catalunya nel settore della chimica che vanno esattamente nella direzione di creare una filiera europea integrata e innovativa in tutte le sue componenti per competere a livello globale. Ma ora serve libertà d’azione e la cancellazione di imposizioni rigide che il mercato ha considerato sbagliate. Aggiungiamoci un altro positivo elemento: le nuove generazioni si sentono ampiamente appartenenti al contesto europeo, basta vedere come si muovono, per loro non ci sono più i confini statali”.
 

La Cina rimane un competitor formidabile, ma anche un partner commerciale cruciale. I recenti dazi europei su veicoli elettrici e altri prodotti hanno riacceso il dibattito: protezionismo sì o no? Secondo lei, quali sono le misure più efficaci per difendere la manifattura europea senza isolarsi, e come la Lombardia può giocare un ruolo chiave in questa partita?

“Gli accordi commerciali aiutano la stabilità e la pace perché se c’è interesse comune economico ci sono meno rischi di conflitti. Detto questo il ‘protezionismo’ ed i dazi sono conseguenze di regole commerciali globali saltate e che nessuno più rispetta. Allora anche in funzione della stabilità e della sicurezza globale quelle regole commerciali vanno riviste e ricondivise. Di certo noi oggi, dopo aver fatto la transizione ambientale, ci troviamo un distretto siderurgico in Lombardia ‘carbon zero’ che è fuori dalla competitività globale causa costi energetici altissimi ed una spietata concorrenza cinese drogata da ingenti sostegni pubblici, priva delle giuste tutele ai lavoratori e senza nessun criterio di sostenibilità ambientale. Per cui fino a quando i leader mondiali non avranno la forza di risedersi intorno al tavolo delle ‘regole commerciali’, noi dobbiamo difenderci dalla concorrenza ma anche imparare dai clamorosi errori per cui rivedere, come dicevo prima, le regole interne europee. Così ci facciamo male da soli e la politica in Europa deve riprendere le redini che ha lasciato per troppi anni in mano a tecnocrati e burocrati lontani dalla realtà”.

Sul piano della geopolitica, resta attivo il nodo della guerra in Ucraina: se la guerra dovesse concludersi nei prossimi 12-18 mesi, quali sarebbero i primi segni di ‘normalizzazione’ per l’industria lombarda? E quali cambiamenti strutturali (ad esempio nella logistica o negli approvvigionamenti) ritiene irreversibili?”.

“E chi può rispondere a questa domanda? Io mi auguro solo che finisca la guerra quanto prima. Viviamo da troppo tempo in una tempesta di cronaca mediatica che parla solo di guerra, di scontri e di lotte commerciali. Sembra una preparazione a qualcosa di ulteriormente più negativo e grande. C’è differenza tra essere organizzati nella difesa anche tecnologica e raccontare attraverso tutti i media a tutti i cittadini quotidianamente quanto sia importante riarmarsi con il risultato di diffondere paura e insicurezza”.

In uno scenario geopolitico sempre più frammentato, l’Europa deve scegliere tra autonomia strategica e alleanze (ad esempio con gli USA). Quale modello ritiene più sostenibile per la manifattura lombarda ed europea, e come prepararsi a possibili shock futuri, come nuove crisi energetiche o tensioni commerciali?

“L’Europa deve tornare ad essere un luogo dove fare impresa è conveniente.
Iniziando dall’autonomia energetica, dal riciclo dei prodotti usati e dalle produzioni più strategiche. È fondamentale attraverso la ricerca provare a raggiungere un’autonomia europea strategica che ci consenta di dipendere meno dall’extra Europa. Io sono un atlantista convinto per cui auspico un mercato regolato tra Ue e Usa, un nuovo patto. In Europa troppa inutile burocrazia, troppe regole dirigiste. Va rivisto l’assetto istituzionale, così non può funzionare e non funziona. C’è bisogno di velocità per essere protagonisti con Cina e Usa, bisogna prendere decisioni tempestive e concrete. Un maggior coinvolgimento delle regioni e dei territori aiuterebbe la concretizzazione del sogno europeo, invece mi pare che con la centralizzazione statale dei fondi di coesione si stia andando nella direzione opposta. Però ora davvero non c’è tempo, pensavo che le azioni e le dichiarazioni di Trump potessero essere da incentivo al cambiamento europeo invece mi pare che a Bruxelles si stia immobili e si rimandi qualsiasi decisione. Ma oggi rimandare vuol dire perdere. Solo la politica può sistemare questa situazione e per cui mi aspetto dai leader europei, degli stati europei, singoli passi indietro per farne tanti avanti tutti insieme”.
 

Guido Guidesi

In un clima di competizione crescente, ritiene che la scelta della Germania di puntare sul riarmo come leva per affrontare la propria crisi industriale sia funzionale al rilancio dell’economia europea nel suo complesso o che i rischi superino le prospettive di sviluppo?

“Non sarà funzionale all’economia europea e nemmeno a quella tedesca. Non si può sostituire un’industria come quella dell’automotive con l’industria della difesa. Numeri diversi, competenze, formazione, certificazioni ma il tema non è quello.
Se prima si facevano auto ovviamente per dare continuità alle produzioni bisognava anche venderle. Se ora fanno armi per dare continuità all’industria della difesa cosa si fa? La risposta fa paura. Per questo io credo nell’organizzazione di una difesa comune europea, che non vuol dire un unico esercito; se ogni singolo Paese fa da sé poi la voce del ‘più forte’, chiunque esso sia, metterà a rischio anche la stabilità interna europea”.