La storia bancaria italiana sembra muoversi su un giradischi che cambia solo la velocità ma non la melodia. Ogni volta che si riapre un grande dossier sul credito, riemergono gli stessi nodi irrisolti: intrecci tra finanza e politica, rapporti personali che pesano più delle norme, strategie di potere che superano di slancio i confini del mercato. È quello che accade oggi con l’indagine su Lovaglio, Milleri e Caltagirone nella scalata di Mps a Mediobanca. E per comprendere la portata profonda di ciò che sta accadendo, basta tornare al 1893, quando lo scandalo della Banca Romana mise a nudo un sistema dove la finanza dettava i tempi della politica. Un parallelo che oggi molti osservatori, tra cui Alessandro Volpi, ritengono tutt’altro che improprio.
Secondo la ricostruzione della magistratura, il punto centrale è verificare se Delfin e Caltagirone abbiano agito in modo coordinato e non dichiarato nell’operazione che ha permesso a Mps di conquistare Mediobanca. Una manovra che ha ridisegnato gli equilibri del credito italiano, spostando il baricentro verso un asse dove contano i grandi patrimoni privati, il capitalismo familiare e la finanza legata al mattone. In questo scenario, le autorità temono di trovarsi davanti a un mosaico di accordi opachi, simile – nella logica, se non nelle forme – a quello che un secolo fa avvolse la Banca Romana in un groviglio di favori, silenzi e protezioni incrociate.
È qui che la riflessione di Alessandro Volpi diventa particolarmente preziosa. Da anni sostiene che la finanza italiana stia vivendo una fase di “neo-costituzionalismo privato”, nella quale i grandi gruppi non si limitano a operare sul mercato, ma ne ridisegnano i confini, influenzando nomine, scelte industriali e perfino assetti politici. Per Volpi, la privatizzazione totale del credito ha creato un ecosistema in cui le banche hanno occupato il vuoto lasciato dallo Stato, trasformandosi in centri autonomi di potere. Un quadro che rende inevitabilmente fragili le authority, troppo lente e troppo burocratizzate di fronte a strategie raffinate, costruite da soggetti che operano in un regime di informazione asimmetrica.
Tra manovre di governo e bocciature europee
Se guardiamo il risiko bancario con questi occhiali, l’operazione Mps–Mediobanca assume contorni ancora più profondi. Non si tratta solo di una fusione: è la competizione fra due idee di capitalismo italiano. Da una parte il tradizionale triangolo del Nord, con Mediobanca nel ruolo di regista dell’industria. Dall’altra un nuovo polo di potere, dove si incontrano capitali familiari, gruppi editoriali, finanza immobiliare e banche in cerca di legittimazione nazionale. In mezzo, il governo: che da un lato ha appoggiato la scalata attraverso il sostegno politico a Lovaglio, e dall’altro ha subito la bocciatura europea sul golden power, un segnale che Bruxelles non vede di buon occhio un eccessivo interventismo italiano in un settore estremamente sensibile.
Il risultato è un quadro dove l’Italia appare ancora una volta prigioniera del proprio irrisolto rapporto con la finanza. Secondo Volpi, il rischio più grande è la deriva “neofeudale”: quando poche famiglie economiche controllano credito, media, infrastrutture informative e capacità di condizionare la politica, la democrazia si restringe, diventa un recinto in cui gli attori istituzionali gestiscono procedure ma non potere reale. È un’analisi dura, ma difficilmente contestabile se si guarda alla traiettoria recente del nostro sistema bancario.
A fine Ottocento fu la stampa libera, in particolare La Tribuna, a squarciare il velo sugli scandali della Banca Romana. Oggi viviamo in un ecosistema informativo diverso, ma il ruolo del racconto pubblico resta decisivo. E non è un caso che lo stesso Volpi sottolinei spesso come la concentrazione editoriale – anche quella – sia una variabile chiave per capire perché certi poteri durano e altri cedono. Quando la finanza diventa proprietaria dei giornali e custode del credito, la politica si trova compressa in uno spazio angusto, e il cittadino in un labirinto senza uscite.
L’indagine su Mps–Mediobanca è, per ora, solo un’indagine. Ma è anche un promemoria severo: la storia bancaria italiana continua a ripetersi perché il Paese non ha mai risolto il suo nodo strutturale, quello di una finanza troppo vicina al potere e troppo lontana dalla trasparenza. Ancora una volta, come ai tempi della Banca Romana, la domanda non è chi ha vinto la partita, ma chi sta scrivendo le regole del gioco. E soprattutto: a chi conviene che restino sempre le stesse.

