Dal petrodollaro al petroyuan? Perché la guerra in Iran rilancia la valuta cinese

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Vuoi passare dallo Stretto di Hormuz? Si può fare, a patto di pagare un “pedaggio” ai Pasdaran. L’ultimo episodio, avvenuto la scorsa settimana, è però indicativo per un aspetto non proprio logistico. Due navi giapponesi hanno attraversato la rotta marittima dopo aver sborsato 2 milioni di dollari. Tokyo non ha specificato quale valuta abbia utilizzato, e proprio questo silenzio può essere un segnale emblematico di quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Non è infatti da escludere che uno dei principali alleati degli Stati Uniti in materia di Difesa possa aver saldato la commissione richiesta da Teheran in yuan anziché in dollari americani. Se così fosse – come detto non sono arrivate conferme ufficiali – significherebbe che persino i partner più vicini a Washington sarebbero arrivati al punto di mettere in discussione i vantaggi di restare fedeli al biglietto verde.

Certo è che, mentre le petroliere iraniane e cinesi continuano a scorrazzare nello Stretto di Hormuz come se niente fosse successo, le navi dei Paesi arabi del Golfo restano bloccate, a meno di non cedere alle richieste iraniane di subordinare un accesso più ampio alla rotta marittima al pagamento del pedaggio in yuan. Cosa sta succedendo? Lo ha scritto nero su bianco la Deutsche Bank in una nota di ricerca: “Questo conflitto potrebbe essere il catalizzatore dell’erosione del predominio del petrodollaro e dell’inizio della nascita del petroyuan“.

Il vero vincitore della guerra in Iran? Lo yuan

Le conseguenze del conflitto in Medio Oriente stanno mettendo a dura prova le “basi del regime del petrodollaro”, mentre i danni subiti dalle economie del Golfo “potrebbero incoraggiare una riduzione dei loro risparmi in valuta estera”, hanno proseguito ancora gli analisti di Deutsche Bank.

Piccola precisazione: la maggior parte del petrolio scambiato a livello globale viene prezzato e fatturato in dollari statunitensi, secondo un sistema che risale al Patto del petrodollaro del 1974. Sulla base di questo accordo, l’Arabia Saudita si è impegnata a prezzare il petrolio in dollari americani e a investire le eccedenze in attività, sempre in dollari Usa, in cambio di garanzie. È così che abbiamo avuto la cosiddetta dollarizzazione delle catene del valore globali, dato il ruolo centrale del petrolio nella produzione e nei trasporti a livello mondiale.

Attenzione però, perché il petrolio russo e iraniano, soggetto a sanzioni, viene già scambiato in valute diverse dal dollaro, e l’Arabia Saudita ha sperimentato pagamenti in valute diverse dal dollaro per progetti infrastrutturali. “Se i Paesi del Golfo si avvicinassero all’Asia nelle loro relazioni commerciali e di investimento e, di conseguenza, il prezzo del petrolio scendesse in dollari, ciò potrebbe avere ripercussioni significative sull’utilizzo del dollaro nel commercio globale e nel risparmio“, ha concluso Deutsche Bank.

Colpire il dollaro

Se l’Iran legasse davvero l’accesso allo Stretto di Hormuz a pagamenti in yuan per il petrolio, considerando che circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi transita attraverso questa rotta, la mossa potrebbe davvero erodere una parte globale del potere del dollaro.

Non è però da escludere un altro scenario: il petrolio mediorientale diretto verso l’Asia prezzato in yuan e quello venduto agli europei e ai partner Usa in dollari. Dall’inizio della guerra, l’Iran ha inviato almeno 11,7 milioni di barili di petrolio greggio in Cina attraverso lo Stretto e ogni barile era regolato al di fuori del sistema del dollaro statunitense.

In ogni caso, comunque vada a finire la faccenda di Hormuz, il biglietto verde non è destinato a essere spodestato da un giorno all’altro da qualche altra valuta. E ancora, altro punto focale da tenere bene in mente, la Cina mantiene rigidi controlli sui capitali. Cosa vuol dire? Che un Paese che accumula yuan attraverso la vendita di petrolio non può reinvestire o ridistribuire liberamente tali riserve senza il permesso di Pechino.

Last but not least, come ha evidenziato il Fondo Monetario Internazionale, lo yuan cinese rappresenta appena il 2-3% delle riserve valutarie globali – contro il 56% in dollari statunitensi e il 20% in euro e il 3,2% dei pagamenti globali – rispetto al 42,6% del dollaro. Il petroyuan ha lanciato il suo guanto di sfida al petrodollaro.