Non era solo una questione di “sicurezza”, di “rivalità strategica” o di “settori sensibili”. Con il nuovo regolamento pubblicato pochi giorni fa, l’Unione Europea ha deciso di applicare nuovi dazi antidumping a stoviglie e utensili da cucina in ceramica provenienti dalla Cina.

Dazi formalmente differenziati, ma di fatto crescenti, da una media del 15% fino a livelli prossimi all’80%, con effetti diretti sui prezzi al consumo. A essere colpiti sono beni quotidiani a basso valore, con costi che finiscono sui consumatori, senza effetti strutturali sulla cosiddetta “sovraccapacità” cinese.

Verrebbe quasi da sorridere, se non fosse che parliamo del “giardino” del mondo che si scopre sempre più fragile e impaurito. L’UE mostra tutta la sua debolezza strategica mentre vota nuovi pacchetti di aiuti militari miliardari all’Ucraina e, parallelamente, continua a lavorare contro il potere d’acquisto dei propri cittadini. Dire che la situazione è penosa è un eufemismo.

I nuovi dazi Ue contro la Cina

Con dazi che sfiorano l’80% sulle ceramiche cinesi, la cosiddetta “difesa commerciale” finisce dritta sui pasti degli italiani e sul conto degli europei. Una misura drastica, che supera ampiamente le precedenti aliquote e viene giustificata come necessaria per contrastare pratiche di dumping e distorsioni concorrenziali.

Ma chi paga davvero questi dazi? E quanto conviene all’Europa trasformare beni di uso quotidiano in un fronte permanente di scontro commerciale con la Cina?Secondo la Commissione europea, l’indagine avrebbe rilevato margini di dumping tali da giustificare un dazio molto elevato, concepito come barriera strutturale. Il problema è tanto l’intensità della misura quanto il suo oggetto.

Quando un dazio arriva a questi livelli, l’effetto economico è quasi automatico: l’aumento dei costi viene trasferito lungo tutta la filiera – importatori, distributori, grande distribuzione, ristorazione – fino al prezzo finale. È una tassa regressiva mascherata, che colpisce in modo sproporzionato i redditi medio-bassi, già sotto pressione per inflazione, energia e tassi di interesse.

Alcune associazioni di categoria hanno già segnalato che, sommando il nuovo dazio antidumping a quello doganale ordinario, l’impatto sui prezzi rischia di essere significativo, comprimendo ulteriormente i consumi interni proprio mentre l’UE dichiara di voler rilanciare domanda e crescita.

Anche la Cina perde, ma l’Europa non vince. I produttori cinesi subiscono un danno diretto, con un accesso al mercato europeo più costoso e politicizzato. Ma è un errore pensare che questo equivalga automaticamente a una vittoria europea. In molti casi, la domanda si sposta verso altri fornitori extra-UE, mentre l’industria interna rischia di abituarsi alla protezione anziché competere su innovazione, efficienza e scala.

Le conseguenze della mossa di Bruxelles

Il risultato è un mercato più caro, meno dinamico e meno competitivo. Non esattamente la ricetta per una reindustrializzazione sostenibile. La misura sulle ceramiche non è un caso isolato, ma si inserisce in una tendenza più ampia: la progressiva normalizzazione dello scontro economico tra Ue e Cina. L’interdipendenza non viene più gestita come relazione da governare, ma come rischio da contenere.

Il dumping viene spesso evocato come categoria neutra, ma la sua applicazione concreta è tutt’altro che priva di ambiguità. In molti casi, la presunta “distorsione” dei prezzi dipende dal metodo stesso con cui viene calcolata. L’uso di Paesi terzi come benchmark – come la Turchia – solleva interrogativi evidenti: perché dovrebbe essere un termine di paragone valido per la Cina, un’economia senza equivalenti reali per dimensione demografica, capacità produttiva e scala industriale? Forzare confronti tra sistemi non comparabili introduce una distorsione analitica prima ancora che commerciale.

La Cina segue inoltre un modello politico-economico differente, che include una politica industriale esplicita e strumenti di sostegno pubblico alle imprese. Una scelta legittima, tanto più se si considera che oggi politiche analoghe vengono apertamente rivendicate anche dagli Stati Uniti. L’efficienza produttiva cinese deriva da economie di scala, innovazione tecnologica e integrazione delle filiere; leggerla automaticamente come dumping significa spesso confondere un vantaggio competitivo strutturale con una pratica sleale.

E tutto questo avviene nonostante il recente pragmatismo mostrato da diversi leader europei in visita ufficiale a Pechino alla ricerca di opportunità economiche: mentre gli Stati membri sondano interessi concreti, la Commissione sembra negare ogni politica autonoma di interesse europeo, aderendo a scelte sempre più eterodirette da Washington.

L’Europa dice di voler costruire autonomia e capacità produttiva – ma questo richiederebbe investimenti, energia a costi sostenibili, infrastrutture, innovazione, formazione – e invece continua a trasferire il costo delle proprie incertezze strategiche sugli scaffali dei supermercati.

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