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Dentro i Brics e amica dell’Occidente, ma sempre con un presupposto orientato all’indipendenza nazionale, l’India consolida la sua politica autonoma nello scenario internazionale e lo fa anche in campo produttivo e industriale. Nella giornata di Ferragosto, parlando dal Forte Rosso di Agra nel tradizionale discorso per celebrare l’indipendenza del Paese avvenuta nel 1947, il primo ministro Narendra Modi ha delineato le prospettive strategiche del Paese partendo dalla necessità di Nuova Delhi di muoversi in un mondo competitivo mantenendo l’indipendenza e la capacità d’azione nazionale.

L’industria come strumento di indipendenza

Senza nominarli esplicitamente, Modi ha mandato un messaggio alla Cina e agli Stati Uniti. Nuova Delhi pondera con attenzione un contesto in cui Pechino è percepita come una rivale regionale in campo economico e geopolitico con cui trovare un modus vivendi e Washington un partner militare, tecnologico e commerciale da cui evitare di farsi mettere i piedi in testa con azioni come la guerra commerciale di Donald Trump. La partita si gioca dunque sulla capacità di Nuova Delhi di far sentire la propria voce nei settori più strategici per l’ordine globale. E una via autonoma è stata individuata nella strutturazione di capacità industriali crescenti in settori decisivi come quello della Difesa e della tecnologia.

L’Iron Dome indiano sognato da Modi

Dal Forte Rosso Modi ha lanciato la Missione Sudarshan Chakra, dal nome del disco divino che il dio Vishnu tiene in mano in una delle sue quattro mani nella tradizione indù e che simboleggia tra le molte cose l’idea della ciclicità della storia propria della cultura del subcontinente, per costruire entro il prossimo decennio una capacità autonoma di proiezione militare in campo di difesa aeronautica e attacco a lungo raggio basata unicamente su tecnologie indiane.

La missione, nota il Times of India, “comporterà la costruzione di uno scudo di difesa aerea e missilistica, integrato a più livelli, con una rete sovrapposta di sensori d’allerta precoce e tracciamento, solidi posti di comando e controllo, batterie terrestri e marittime di missili intercettori”, a cui aggiungere “risorse spaziali per l’allerta precoce” al fine di garantire “una copertura di sicurezza completa entro il 2035 a aree strategiche e infrastrutture civili come ospedali, ferrovie e centri religiosi”.

Aggiungendo questa versione indiana dell’Iron Dome israeliano, o ancora meglio del previsto Golden Dome Usa, al potenziamento del missile supersonico Brahmos, la cui gittata sarà portata a 800 km, e allo studio di un nuovo missile per attacchi a lungo raggio capace di colpire fino a 1.000 km, Nuova Delhi vuole superare la tradizionale dipendenza dalle importazioni delle sue forze armate, a lungo sostenute da assetti sovietici e russi prima dell’emersione di una primazia francese nelle forniture negli ultimi anni. Da 27 miliardi di dollari di valore aggiunto, la produzione industriale indiana nella Difesa è data in crescita a 48 miliardi nel 2032, e sicuramente il piano-Modi potrà impattare ulteriormente.

La corsa tecnologica dell’India

E non finisce qui. Modi ha anche esaltato l’idea che Nuova Delhi possa mettere sul mercato entro fine anno “il primo chip interamente made in India” per inserire il Paese, già una potenza della manifattura di base tecnologica, nella partita dell’innovazione.

“Secondo le stime del settore, si prevede che i semiconduttori, componenti vitali per dispositivi che vanno dai telefoni cellulari e computer ai veicoli elettrici e agli elettrodomestici, vedranno il mercato indiano crescere da 45-50 miliardi di dollari nel 2024-25 a 100-110 miliardi di dollari entro il 2030”, nota l’Economic Times, sottolineando come anche su questo fronte la priorità di Modi sia sull’indipendenza nazionale. Vivace, in India, è anche il settore auto, che supera il 7% del Pil come contributo e ha visto di recente Tata promuovere un’importante operazione di espansione internazionale rilevando da Exor il gruppo Iveco.

In quest’ottica, Modi sta cercando una via politica per potenziare l’industria nazionale e gettare ponti verso il futuro per il suo piano economico “Made in India“. La principale spada di Damocle resta quella dei dazi: Washington li ha portati al 25% contro Nuova Delhi, minacciando un aumento fino al 50% se l’India non cesserà il commercio con il sistema russo del petrolio e non abbatterà le barriere in diversi settori, a partire dall’agricoltura.

L’autosufficienza minacciata dai dazi

L’autosufficienza indiana è pensata come base per un potenziamento ulteriore del Pil e della produzione alimentata dall’export dell’eccedenza, e i dazi possono indubbiamente impattare: “Alcune categorie di esportazione di grande valore, come prodotti farmaceutici e smartphone, sono per ora esenti dai dazi statunitensi e potrebbero essere soggette a imposte separate”, nota il Financial Times, aggiungendo che “l’agenzia di rating Moody’s ha avvertito che se l’aliquota del 50% dovesse rimanere in vigore oltre il 2025, l’enorme divario tariffario con il resto dell’Asia limiterebbe gravemente le ambizioni manifatturiere dell’India e persino spingerebbe alcuni investitori diretti esteri a ritirarsi dal Paese”.

Questo spiega l’urgenza di Modi perché l’India faccia da sola. Una questione di progresso economico si salda a un paradigma di sicurezza nazionale, tanto sul piano della prosperità quanto su quello della tutela dell’autonomia politica nazionale. Sfere complementari a ogni livello, a maggior ragione dell’Asia cuore della competizione geopolitica globale.

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