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In principio lo spauracchio cinese per eccellenza dell’Unione Europea coincideva con Huawei. Nella lista dei cattivi di Bruxelles sono poi finiti anche – nell’ordine – Zte, i colossi dell’e-commerce come AliExpress, Temu e Shein, e infine pure l’intero network di auto elettriche Made in China, come Byd, Chery e Geely.

Il braccio di ferro commerciale tra Ue e Cina torna in auge all’indomani delle polemiche sul “sequestro” del produttore di chip Nexperia, con sede nei Paesi Bassi ma controllato da un’azienda di Pechino, e delle minacce della Francia di sospendere il citato rivenditore di fast fashion Shein. “Le aziende cinesi devono essere particolarmente vigili in Europa perché i politici stanno valutando misure più severe”, ha scritto il quotidiano South China Morning Post fotografando le tensioni che stanno sovraccaricando l’asse Bruxelles-Pechino.

Ma cosa è successo? C’è il rischio che il recente piano della Commissione europea di obbligare gli Stati membri dell’Ue a eliminare gradualmente le apparecchiature Huawei Technologies e Zte dalle reti di telecomunicazioni possa rappresentare un ostacolo normativo per le aziende cinesi, e fungere da monito per le circa 3.000 società del Dragone che operano nel continente.

Cosa succede tra Ue e Cina

Il revival delle tensioni sul fronte Huawei e Zte si aggancia alla querelle parigina su Shein (ne abbiamo parlato qui). “L’Europa sta avendo un attacco di rabbia nei confronti della Cina”, ha scritto ancora il Scmp sintetizzando il gelo commerciale tra i due player.

Il punto è che i leader europei potrebbero, per esempio, imitare gli Stati Uniti e reagire al percepito sostegno cinese alla Russia nella guerra in Ucraina. In tal caso emergerebbero implicazioni che andrebbero ben oltre i pur strategici prodotti tecnologici, con un impatto economico generalizzato e impossibile da ignorare.

Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, del resto, l’indebolimento delle relazioni transatlantiche, una Pechino più assertiva su scala globale e una rivalità sempre più ampia tra Stati Uniti e Cina hanno messo Bruxelles all’angolo. E c’è chi ipotizza che l’Ue sia tornata ad attaccare Pechino nel tentativo di rientrare nelle grazie degli Usa. Negli ultimi mesi, forse non a caso, le tensioni sino-europee sono aumentate a causa delle forniture minerarie essenziali e delle preoccupazioni per la sicurezza, aggravando questioni da tempo latenti come la sovracapacità produttiva del Dragone e la posizione del gigante asiatico sul richiamato conflitto ucraino.

Rapporti sotto pressione

Il sito Bloomberg ha scritto, come anticipato, che la Commissione Europea sta valutando delle soluzioni per indurre gli Stati membri dell’Ue a eliminare gradualmente Zte e Huawei. In tutta risposta la Camera di Commercio Cinese presso l’Ue ha pubblicato un rapporto che definisce l'”incertezza” una “caratteristica distintiva” delle attività delle imprese cinesi in Europa. Un’indagine della stessa Camera ha rilevato che l’81% di queste società percepisce una “crescente imprevedibilità” nel contesto imprenditoriale europeo. Colpa di due fattori: la politicizzazione delle questioni commerciali e la fitta implementazione di normative volte a limitare i margini operativi degli attori del Dragone nel Vecchio Continente.

In ogni caso, gli Stati dell’Unione Europea non sono tutti d’accordo su come trattare la Cina. Germania e Ungheria, rispettivamente il principale partner commerciale cinese in Europa e uno degli amici più stretti di Pechino nella regione, potrebbero opporsi ad eventuali azioni drastiche. Per esempio, come quella della Francia.

La scorsa settimana, infatti, il governo francese ha dichiarato di aver “avviato la procedura per sospendere Shein” su istruzione del primo ministro Sebastien Lecornu, subito dopo che il marchio di fast fashion aveva aperto a Parigi il suo primo negozio fisico al mondo.

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