La crisi senza fine dell’Ilva non accenna a ricomporsi. E dopo oltre un decennio il governo Meloni si rischia di aggiungere al lungo elenco bipartisan di esecutivi (Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi) che non sono riusciti a sbrogliare la matassa del colosso siderurgico italiano, che dalla crisi della gestione della famiglia Riva ad oggi, passando per la fallimentare epoca ArcelorMittal e la caotica stagione di Acciaierie d’Italia (Adi), non ha più ottenuto il medesimo peso industriale del passato.
E se tradizionalmente era l’epicentro del polo già perno della gloriosa Finsider, l’Ilva di Taranto, il cuore delle preoccupazioni politiche e industriali sul futuro di quella che un tempo era la più grande azienda siderurgica d’Europa, oggi invece la sfida riguarda anche gli impianti nel resto d’Italia, a partire dallo stabilimento di Genova. La chiusura del reparto di zincatura del polo genovese dell’Ilva ha alzato l’allerta per il futuro di Adi, in amministrazione straordinaria da circa un anno e mezzo e che di recente ha visto un finanziamento extra coprire l’attività fino a febbraio 2026.
Ilva, un’acciaieria e tre cortocircuiti
Mentre a Genova gli operai hanno promosso più scioperi e sono arrivati a occupare il sito e mentre a Taranto languono le risorse e i progetti per la decarbonizzazione e l’aumento della produzione da parte di altoforni che secondo alcune stime potrebbero non superare il milione di tonnellate di acciaio annui su otto teoricamente potenziali di produzione, l’esecutivo di Giorgia Meloni e in particolare il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si trovano di fronte al rischio di un triplice cortocircuito, ovvero ritrovarsi l’ex Ilva/Adi priva:
- Di un serio piano di reindustrializzazione e ritorno alla normalità del gruppo, anche perché la corsa all’elettrificazione della produzione, che secondo il think tank Ecco nel 2022 sarebbe costata 11 miliardi di euro entro il 2030, appare oggi difficile da strutturare.
- Di prospettive serie per la vendita a un attore esterno. Tramontata l’ipotesi di Baku Steel, gli interessamenti di Jindal, gruppo indiano della siderurgia, e dei fondi Usa Flacks e Bedrock appaiono ancora non concretizzati e probabilmente distanti dall’ipotesi dello Stato, socio del gruppo con Invitalia, di fare quantomeno cassa della sua partecipazione.
- Di una strategia chiara mentre la soglia del 2026 e del combinato disposto tra l’entrata in vigore dei dazi “verdi” Ue (Cbam) e lo scoppio della guerra globale dell’acciaio tra Europa, Usa e Cina a colpi di sanzioni rischia di creare una situazione difficilmente governabile.
Una corsa in salita
Tutto questo è il frutto di anni di problematiche gestionali in cui è mancato tutto: coraggio dell’autorità pubblica, iniziativa privata ambiziosa, una visione di sistema della siderurgia. Dopo che a febbraio i finanziamenti finiranno, la prospettiva di una chiusura e di uno stop alla produzione, da Taranto a Genova, si farà più concreta. “La fornitura di rotoli d’acciaio, l’unica che consente agli stabilimenti del Nord di lavorare, è garantita fino a fine febbraio 2026, poi la produzione potrebbe anche finire sul mercato, lasciando così gli impianti senza più la possibilità di dedicarsi all’attività a freddo, la laminazione dei rotoli che consente di trasformare l’acciaio in un’infinità di prodotti con cui tutti quanti conviviamo”, nota Ius Letter lasciando aperta la prospettiva che a marzo la situazione precipiti.
La crisi dell’Ilva può travolgere in prospettiva l’industria nazionale o perlomeno una quota importante dell’indotto. Provare ad arginarla è d’interesse nazionale. In Francia l’Assemblea Nazionale sta votando, anche contro lo stesso governo di Sebastien Lecornu, per nazionalizzare totalmente gli asset transalpini di ArcelorMittal. Forse sarà anche questo il destino verso cui si incammina l’ex capitana dell’industria siderurgica nazionale? Nel 2026 dovranno arrivare risposte.
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