Il passaggio della pandemia di coronavirus e le ripercussioni sull’economia dell’Europa hanno obbligato in questi mesi l’Unione europea a mettere in campo un piano di finanziamenti e di stimoli all’economia reale che non ha eguali nella storia del Vecchio continente. Una sorta di versione moderna del piano Marshall per la ricostruzione successiva alla Seconda guerra mondiale, con una differenza fondamentale che la divide però dalla mastodontica opera di finanziamento del secolo scorso: l’assenza di un Stato centrale a garanzia delle emissioni. E in questo scenario, bisognerebbe domandarsi se davvero l’Europa abbia gli strumenti per poter gestire l’enorme flusso di denaro all’interno della comunità senza dover affrontare dolorose ripercussioni nei prossimi anni. Poiché, qualora ciò accadesse, il rischio è che le conseguenze siano peggiori ancora dello stallo attuale.

L’Europa sta creando denaro dal nulla?

Nel secolo passato, le emissioni di dollari (e per buona parte di esso anche della sterlina) erano garantite dalla convertibilità in oro. Col passare degli anni ( e col crescere dell’indebitamento pubblico mondiale) tale strumento monetario è stato abolito, lasciando al denaro circolante l’unica garanzia possibile in assenza di un controvalore: la credibilità da parte della Banca centrale del Paese in questione. Mentre però per alcune nazioni (come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) ciò si rivelò essere una scelta lungimirante, altri ebbero maggiori difficoltà dovute a delle instabilità economiche e politiche maggiori. E molti di questi Paesi fanno proprio parte degli attuali componenti dell’Unione europea.

A differenza del passato, però, con la creazione dell’Euro la credibilità della valuta comune è garantita dalla Banca centrale europea, che opera come unica autorità (assieme alla Banca di Francia per i territori d’oltremare) autorizzata a battere moneta. Inoltre, la stessa è vincola a precisi obiettivi ormai considerati consolidati, come il mantenimento dell’inflazione al di sotto del 2% annuo ed è obbligata a garantire lo stesso tasso di sconto a tutte le banche dell’Eurozona. E in questo scenario, appare chiaro come le sua capacità siano sostanzialmente subordinate alle volontà delle politiche europee, in un concetto di banca centrale sostanzialmente snaturato delle sue componenti fondamentali.

In arrivo nuove tasse

Per finanziare la serie di interventi volta a  garantire la ripresa economica, Bruxelles non si è risparmiata però lo studio di una nuova serie di imposte comunitarie volte principalmente a danneggiare le importazioni extra-Ue e salvaguardare il mercato interno. Una di queste, per esempio, è la tanto parlata web tax che tiene banco da anni in Europa e che non è mai stata realmente applicata a causa del rischio di uno scontro frontale con gli Stati Uniti e che soltanto adesso sembra essersi sbloccata. In particolar modo, infatti, il grosso dei guadagni derivanti da internet sono di competenza delle Gafa (Google, Amazon, Facebook ed Apple), tutte società originarie degli Usa e che nell’ultimo mese si sono scontrate con l’amministrazione repubblicana (la quale, adesso, potrebbe chiudere un occhio sulla manovra di Bruxelles).

Non sono soltanto le tasse sui giganti del Web però ad essere state messe al vaglio dell’Unione europea: Bruxelles ha infatti messo a punto un piano anche per raggiungere l’obiettivo “emissioni zero” entro il 2050. Tra di esse, infatti, figurano anche una nuova tassa sull’Ets volta ad incentivare la riconversione green dell’industria pesante e la carbon tax, “sorella minore” della prima e relativa agli scambi commerciali di import/export extra-Ue, oltre ad una nuova tassa ambientale sull’utilizzo della plastica.

Infine, non sono stati risparmiati neppure quei Paesi che fino ad oggi, grazie ad un’imposizione fiscale favorevole per le grandi aziende, si erano guadagnati l’appellativo di “paradisi fiscali” pur essendo all’interno dell’Unione europea (come il Lussemburgo e l’Irlanda). Anche se, per quest’ultima novità, non è ancora chiaro l’impatto reale che potrà avere sui bilanci di Bruxelles.

I finanziamenti europei e le loro ripercussioni

Come evidenziato dalla testata giornalistica BusinessInsider, l’Europa ha messo in campo una serie di incentivi all’economia per un importo complessivo di però circa 850 miliardi di euro, ben superiore alla media di 52 degli ultimi anni (che già, molto spesso, venivano raggiunti con fatica). Come ha fatto dunque l’Europa a mettere in campo una potenza di fuoco 17 volte superiore al normale senza colpo ferire, considerando anche le più complicate condizioni della sua economia reale?

Sostanzialmente perché in realtà l’Europa ha mobilitato una piccola parte di questa cifre e lo ha potuto fare grazie agli strumenti finanziari in suo possesso. Uno di questi, ad esempio, è il Quantitave easing (Qe), il quale permette all’istituto bancario centrale di immettere liquidità direttamente all’interno delle economia, creando de facto moneta da zero, garantendo al tempo stesso la tenuta della stabilità monetaria grazie alle sue garanzie e grazie alla fiducia internazionale nei suoi confronti. Tuttavia, però, nulla è destinato ad essere eterno.

I rischi del “battere moneta”

Esattamente come succede in altre parti del mondo – anche senza riferirsi agli esempi estremi dei Paesi africani – il rischio nell’accrescere il denaro reale o digitale circolante non intacca il valore di cambio di una valuta sino al momento in cui non si genera quel processo di sfiducia nei confronti del debitore nazionale. A quel punto, però, si innesca il canonico bilanciamento tra domanda ed offerta che conduce ad un calo delle scorte della valuta ed un suo conseguente deprezzamento. E spesso, questo conduce ad una caduta del valore assai rapida, in grado di destabilizzare l’intero apparato economico (soprattutto, se ciò avviene insieme ad operazioni speculative portate avanti da cordate di privati. L’esperienza della lira e di George Soros, in fondo, insegnano però anche la dura austerità che fece seguito a quel “disastro”.).

In questo scenario, dunque, mentre da un lato misure di incentivo all’economia si sono palesate necessarie dall’altro rischiano di minare l’intera stabilità del sistema, soprattutto se portate avanti in modo dispendioso ed inefficace. E soprattutto, non mirato a quei comparti che col tempo saranno in grado davvero di garantire la ripartenza dell’intero sistema economico e senza garantirne al contempo anche un’adeguata difesa contro i rivali internazionali. In una situazione che, dunque, ci pone ancora una volta di fronte ai problemi nati dalla volontà di creare una Banca centrale fondata sostanzialmente su dogmi economici ma senza agganci con alcuna sovranità nazionale identificabile.

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