Le scene viste negli ultimi mesi degli Stati Uniti parlano di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi e squassato da profonde ferite interne: dalle proteste seguite all’omicidio di George Floyd fino alle inaudite immagini dell’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Donald Trump nella giornata dell’Epifania, passando per le conseguenze sociali e economiche della pandemia di Covid-19, quelli a cavallo tra fine 2020 e inizio 2021 sono stati mesi estremamente complessi per il Paese, trovatosi ad affrontare un percorso elettorale polarizzante nella fase di massima instabilità.

Più volte abbiamo provato a discutere su quali fossero le radici del male che va corrodendo dall’interno la superpotenza a stelle e strisce, quali le determinanti di tensioni, odii e ansie sociali che si esprimono nella politica e nelle piazze spaccando a metà un Paese che si va scoprendo più fragile. Non esiste una risposta univoca, esistono temi fondamentali, uniti però forse da un unico filo conduttore: la disuguaglianza. Che l’ex ministro del governo Monti ed esponente del Pd Fabrizio Barca vede, in filigrana, come causa ultima anche dell’assalto al Campidoglio.

Qual è in fin dei conti il minimo comune denominatore di tutte le forme di disagio della società americana, dalle recriminazioni etniche a quelle dell’America profonda, passando per i tentativi di creare “tribù” politiche e sociali chiuse e autoreferenziali all’interno del Paese? Sostanzialmente la comune attestazione del fatto che, se mai ha funzionato davvero, il modello del “sogno americano”, basato sull’opportunità di ascesa sociale e affermazione individuale, non funziona più. La ricchezza, le cariche apicali e le prospettive di vita migliori vanno concentrandosi in una cerchia sempre più ristretta e in territori sempre più definiti.

Robert Reich, ex ministro del Lavoro di Bill Clinton e professore di economia a Berkeley, ha recentemente dato alle stampe il saggio Il sistema, che uscirà in Italia il 21 gennaio edito da Fazi, e ha sottolineato come anno dopo anno l’oligarchia degli amministratori delegati, dei vertici delle grandi industrie e dei vincitori della partita economico-finanziaria va ampliando il suo potere a scapito del resto del Paese. Un dato su tutti, sottolineato da La Stampa: “Dal 1980, la retribuzione media di un Ceo è cresciuta del 940 per cento, mentre quella del lavoratore medio americano del 12 per cento. Oggi il 20 per cento della ricchezza totale americana è in mano allo 0,1 per cento più ricco – un gruppetto di miliardari che corrisponde a circa 160 mila famiglie americane”, mentre alle spalle, secondo Reich, si accavallano un 9,9 per cento circa della popolazione formato da “guardiani” del sistema che ne prendono, sotto forma di posizione sociale e compensi a volte milionari, i benefici maggiori e un 90 per cento della popolazione formata da una classe media in continuo recesso e dagli invisibili della società statunitensi, come poveri urbani e senzatetto.

A novembre 2019 Forbes stimava che i 400 cittadini americani più ricchi avessero dal 2010 in avanti aumentato la loro ricchezza complessiva di 2,3 volte, sfiorando complessivamente i 3mila miliardi di dollari (2.700 miliardi di euro) di patrimonio. La pandemia ha alimentato ulteriori polarizzazioni, facendo sprofondare decine di milioni di statunitensi nell baratro dell’indigenza e della disoccupazione e, sull’altro versante, alimentando i patrimoni dei Paperoni di Wall Street nel settore. Il 2020 dei miliardari americani è stato positivo oltre ogni immaginazione e ora estendendo il campo d’azione ai 600 uomini più ricchi d’America troviamo un patrimonio complessivo di oltre 4mila miliardi (+16% in un anno) costruito sulla scia dei record borsistici, con un aumento di 560 miliardi di dollari.

Nel 2020 i due indici borsistici di riferimento, il S&P500 e il Nasdaq, sono saliti rispettivamente del 13 e del 38%. Straordinario il caso di Elon Muskche a inizio 2021 è divenuto l’uomo più ricco del mondo al termine di un anno in cui la sua ricchezza è aumentata di 150 miliardi di dollari grazie al decollo della sua Tesla in Borsa (+743%), un rally nelle quotazioni dietro il quale non si faticano a vedere in filigrana le tracce di una bolla speculativa che, nell’euforia dei mercati, sembrano però esser dimenticate.

Questa rendita di posizione da parte della grande finanza e della grande industria, soprattutto tecnologica, genera ricadute a cascata sulla politica, accentuando la tendenza a creare situazioni di osmosi tra il grande business e le istituzioni. Coperta molto spesso dal velo ipocrita della “corporate social responsibility”, la responsabilità sociale d’impresa. “Le grandi banche e le grandi imprese tecnologiche sostengono di occuparsi – continua La Stampa – delle comunità locali, delle città in crisi e dell’ ambiente. In realtà la responsabilità sociale d’ impresa è solo un modo per mascherare il vero obiettivo degli oligarchi”, ovvero il consolidamento della loro posizione di forza e della loro immagine. Che si riflette immediatamente sulle prospettive della politica.

Dopo l’amministrazione Trump, zeppa di ex Ceo di grandi imprese (alcuni indubbiamente profili di alto spessore, come l’ex segretario di Stato Rex Tillerson), di imprenditori e miliardari, anche l’amministrazione Biden seguirà lo stesso solco, a segnalazione della trasversalità di questa problematica. Avril Hainesdirettrice dell’Intelligence nazionale dell’amministrazione entrante, è vicina alla società di data mining e Ia Palantir; Anthony Blinken, prossimo segretario di Stato, è tra i fondatori di WestExec,una società di consulenza per materie di sicurezza, difesa, politica estera, cybersecurity e intelligence fondata da ex membri di rango dell’amministrazione Obama. Il Fatto Quotidiano ha poi recentemente fatto notare come l’ex vicepresidente di Obama, insediatosi alla Casa Bianca, porterà nel team di governo diverse figure vicine a BlackRock, il fondo più grande al mondo con asset gestiti per 7mila miliardi di dollari, da cui provengono il futuro capo-economista di Biden, Brian Deese, il suo omologo nel team della vice Kamala Harris, Michael Pyle, e Wally Adeyemo, ex responsabile dello staff di Blackrock che assumerà la carica di vice segretario al Tesoro.

Guardare ai nomi e ai legami osmotici tra alta finanza e politica spiega perchè sia sempre così complesso trovare risposta, negli Usa attuali, alle contrapposizioni e ai problemi sociali attraverso i tradizionali canali istituzionali. Democratici e repubblicani parlano spesso la lingua dei medesimi interessi, non propongono visioni alternative e di lungo periodo; per Reich, addirittura, l’unica alternativa possibile sul lungo periodo è l’emersione di una nuova forza terza capace di rompere il bipolarismo e fare da collettore della classe media e dei suoi interessi, dal rafforzamento dei servizi pubblici alla transizione dei modelli produttivi. Sanando quell’incertezza e quei malumori di fondo che nell’acquisizione di consenso da parte di Donald Trump hanno avuto una forma di espressione, ma che non hanno avuto risposta neanche nei quattro anni di governo del tycoon divenuto Presidente.

La disuguaglianza, negli Usa, è endemica, strutturale, un punto di partenza nel discorso pubblico e sociale, un elefante nella stanza che ci ricorda come l’American Dream esista ancora, ma solo per chi parte dalle posizioni di partenza migliori. E la mancanza di prospettive di ascesa sociali avvelena, indebolisce e sul lungo periodo demolisce la salute di una democrazia. Come più volte gli States in questi anni hanno esplicitamente dato a vedere.

 

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