Prove tecniche di deglobalizzazione in atto per il crollo del commercio bilaterale tra Germania e Cina? Il clima reso teso dai dazi europei sulle auto elettriche cinesi apre a un’ulteriore contrazione di un rapporto commerciale che a lungo è stato uno dei perni strutturali della moderna globalizzazione.
A maggio le esportazioni tedesche verso la Cina sono scese del 14% su base annua, a 7,5 miliardi di euro, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica di Berlino. Tutto questo dopo che nel 2023, lo ricordiamo, il calo era stato nello stesso periodo del 10%. Nel 2023, la Cina è stata il primo partner commerciale di Berlino, con un interscambio bilaterale di 250 miliardi di euro che interiorizzava comunque un calo del 15,5% rispetto all’anno precedente.
Il doppio calo conferma un recesso imponente, che non si spiega solo con la fase anemica dello sviluppo cinese, soprattutto sul fronte delle costruzioni e della manifattura industriale, o con la crisi del modello tedesco messo alla prova dalla fine del legame diretto con le forniture russe. C’entrano anche dinamiche geopolitiche.
A lungo la relazione sino-germanica è stata per la globalizzazione un pivot, lo ricordiamo, che nasceva nell’ordine internazionale costruito dal Washington Consensus delle istituzioni liberali a guida statunitense ma, in un certo senso, era la spina nel fianco geoeconomica di Washington assieme alla saldatura energetica russo-tedesca.
Nel ventennio pre-pandemico, ha ricordato il Rhodium Group, “la base di questa stretta relazione commerciale e di investimento era la complementarità delle due economie. L’industria tedesca fornì automobili, macchine utensili e know-how ingegneristico di cui una Cina emergente aveva bisogno per crescere. E la crescente domanda proveniente dalla Cina ha riempito i registri degli ordini dei produttori tedeschi, creando posti di lavoro ben retribuiti e contribuendo a trasformare il Paese da malato d’Europa a locomotiva della crescita del continente”. In quest’ottica, la convergenza industriale tra Berlino e Pechino creava una sinergia produttiva in diversi settori che contribuiva a ri-plasmare le rotte della globalizzazione. Avvicinando, sistemicamente, Oriente e Occidente.
Alla “GeRussia” si aggiungeva la complementarietà economica con la “GeCina” mentre Berlino si trovava in maggiori difficoltà sul fronte commerciale con il suo principale alleato geopolitico, gli Stati Uniti. La storia dell’ultimo decennio è stata, non a caso, quella della grande guerra economica tedesco-americana: il Dieselgate che colpì Volkswagen, l’assalto dei regolatori americani a Deutsche Bank, la corsa degli Usa alle esportazioni di Gnl in Europa in luogo del gas russo usando i perni di Polonia e mondo baltico, da ultimo l’Inflation Reduction Act promosso mentre l’Europa soffriva le conseguenze della crisi energetica si possono leggere in uno stesso schema che ha unito le amministrazioni di Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden.
Alla lunga la primazia geopolitica di Washington ha trasmesso anche in Europa la spinta alla competizione con la Cina, che in Germania si è sostanziata con freni agli investimenti della Repubblica Popolare e con la percezione di una crescente rivalità: “Alcuni settori industriali tedeschi – edilizia, cemento, acciaio, ferroviario e solare – hanno iniziato a sentire il morso della concorrenza cinese e le restrizioni all’accesso al mercato più di dieci anni fa, portando a fallimenti e perdite di posti di lavoro”. ha ricordato il Rhodium Group.
Criticità, queste, “oscurate dallo slancio positivo in altri settori, come quello automobilistico e delle macchine utensili, nonché dalla forza complessiva dell’economia tedesca. Ciò ha creato un allineamento unico tra l’establishment politico tedesco, le sue più grandi aziende e centinaia di migliaia di lavoratori dell’industria a favore di un solido impegno economico con la Cina”.
Il combinato disposto tra la crisi geopolitica in Europa, le tensioni economiche, politiche e sociali della Germania e il vento di competizione con la Cina che spirava dagli Usa negli ultimi anni ha trasmesso alla nazione centrale d’Europa il nuovo concetto della definizione della Cina come un rivale sistemico. Spingendo verso un trend di diffidenza reciproca acuito dalla pressione dell’auto elettrica cinese sul mercato della Repubblica Federale. “Big bang” per una rivalità estesa all’Europa intera con la partita dei dazi che dopo la “GeRussia” potrebbe far naufragare anche la “GeCina”. Provocando lo smottamento dei punti di riferimento di una Germania che, senza proiezione strategica, militare e di hard power, subisce di fatto le linee del patrono di oltre Atlantico senza poterle condizionare nelle determinanti fondamentali.
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