La geopolitica della corsa allo spazio
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Le criptovalute di tutto il mondo sono in una fase di acutissima volatilità nel quadro del semestre più difficile vissuto dai mercati finanziari. Più che di una crisi, si tratta di uno squarciamento del Velo di Maya e della fine definitiva delle illusioni che, per oltre un decennio, hanno accompagnato questi asset: le criptovalute si dimostrano essere tutto fuorché monete perchè sottoposte a fluttiazioni di prezzo tali da far perder loro la natura di riserva di valore; la decentralizzazione presentata dagli entusiasti libertari finanziari e dai cripto-entusiasti come fonte di emancipazione dei partecipanti al mercato si è ritorta contro gli investitori; l’assenza di regole ha prodotto una fuga di capitali alle prime avvisaglie della crisi strutturale che ha avvolto la finanza mondiale.

Il flop delle criptovalute

I cripto-entusiasti, che hanno avuto alla loro testa anche affermati protagonisti del mondo finanziario e imprenditoriale statunitense come Elon Musk Mark Cuban, si sono per lungo tempo beati dell’illusione che quella degli asset “monetari” digitali fosse la porta di una rivoluzione e che i bitcoin e i loro parenti stretti avrebbero portato avanti una radicale trasformazione della finanza. Democratizzandola, secondo molti, mettendola al servizio degli utenti e non dei grandi capitali, come sostenuto addirittura da diverse autorità politiche. “Crediamo fortemente in questa tecnologia e il suo potenziale di scalabilità”, ha detto Michele Foletti, sindaco di Lugano, nel marzo scorso aprendo alla possibilità di pagare tasse e servizi nella città elvetica con un paniere di criptovalute; El Salvador è arrivato ad adottare il bitcoin come valuta e altrettanto ha fatto la Repubblica Centrafricana. Bitcoin, Coinbase, Terra e addirittura una criptovaluta nata da un meme, il Dogecoin, sono per mesi andate incontro a un rally dei prezzi prima che, nelle ultime settimane, la frenata intervenisse improvvisamente a fermarle.



Il mito emancipativo emerso fin dall’annuncio della nascita del bitcoin fondato sulla tecnologia blockchain, nel 2009, in tredici anni non si è materializzato. Mezzo millennio fa alla stampa a caratteri mobili nell’Europa post-medievale un lasso di tempo simile fu sufficiente per cambiare l’Europa; dalla ferrovia all’aeroplano, molte tecnologie nuove hanno conosciuto tempi di impatto sulla realtà paragonabili. E vogliamo parlare della differenza tra gli smartphone dell’epoca, che si avviavano a rivoluzionare la telefonia mobile, e l’iperconnessione odierna? Le criptovalute restano invece quelle di sempre: asset ad alto tasso speculativo, incapaci di garantire la minima certezza degli standard securitari e di difendere il risparmio, prodotti negoziati in contesti non governati che piuttosto che ridurla hanno aumentato la valenza delle garanzie pubbliche a un asset per la sua commerciabilità.

Il tracollo dell’illusione

Dal valore di 64.400 dollari a unità toccato il 12 novembre 2021 il bitcoin è passato a 18.948,80 nella giornata del 17 giugno, perdendo oltre il 70% del valore; Dogecoin e Cardano da agosto 2021 hanno perso rispettivamente il 79% l’82,5%; peggio di tutti è andato a Terra, sulla cui piattaforma IrpiMedia nota che alcuni attori hanno “utilizzato enormi disponibilità di monete virtuali per abbassarne il prezzo e guadagnare dall’improvvisa perdita di valore, proprio come accade nella finanza offline”.



In quest’ottica si nota il vero problema delle criptovalute: “con transazioni quotidiane nell’ordine dei 500 miliardi di dollari – su oltre cinquemila diverse valute – sembra che i digital assets siano qui per restare”. Tuttavia, il problema grande in questo campo è il fatto che “dare un numero alla quantità di reali utilizzatori delle criptovalute sembra un’impresa impossibile: i wallet – portafogli al portatore – al momento registrati si aggirano intorno ai 68 milioni ma, complice l’impossibilità di regolare un mercato autogestito, è possibile crearne sempre di nuovi in modo anonimo senza particolari difficoltà”.

Fallita la prima prova di mercato

In sostanza questo scenario mostra che le criptovalute hanno drasticamente fallito la loro prima prova di mercato. E questo è il primo passaggio chiave da sottolineare: nessun avanzamento è stato fatto per ovviare alle asimmetrie che lasciavano presagire un risultato già scritto.

Le criptovalute sono prosperate nel lungo decennio del quantitative easing globale in cui il denaro facile delle Banche centrali si è spostato su ogni asset in grado di promettere rendimenti facili in tempi brevi senza alcuna garanzia per la sicurezza dei portafogli. Gli operatori avevano messo in conto un contesto generalizzato di espansione monetaria, tassi bassi, borse dilatate e fame di marginalità come se questa fosse una realtà definitiva. Ma è bastato l’inizio dei rincari nei tassi d’interesse da parte delle Banche centrali per combattere l’inflazione e la fine degli stimoli monetari a far invertire il trend.

Le criptovalute non fanno sistema

In secondo luogo, le criptovalute si sono sviluppate, anche nelle determinanti fondamentali, con tutte le strutture tipiche della bolla senza aver la possibilità di arrivare a trasformarsi in sistema generalizzato. Ovvero in vera e propria industria con una “catena del valore” di operatori, servizi accessori e imprese specializzate capaci di generare ricavi stabili, creare occupazione e promuovere competenze specifiche.

Questa necessità è tipica per la finanza ma è ancora più sentita per quei settori di frontiera in cui si opera nelle dark pools della finanza “ombra” non regolamentata. L’occupazione e il valore generati dal sistema delle imprese legate al mondo cripto si è dimostrato altrettanto volatile dei capitali accumulati. I principali trader negli Usa si sono ritrovati a tagliare centinaia di posti di lavoro generati durante l’espansione vertiginosa del settore dell’ultimo biennio. Il Financial Times “Coinbase, quotata negli Stati Uniti, martedì ha annunciato l’intenzione di licenziare quasi un quinto della sua forza lavoro, per un totale di oltre mille persone, unendosi a rivali tra cui Gemini, Crypto.com e BlockFi nel ridurre l’organico poiché il crollo dei prezzi delle criptovalute di quest’anno soffoca l’attività commerciale che è la linfa vitale del settore” e che non riesce a stabilizzarsi. Tra gestori di piattaforme, trader e generatori di token le prime 500 imprese del settore capitalizzavano a inizio anno 3,2 trilioni di dollari. Oggi sono scese a meno di un trilione, una contrazione di quasi il 69%.

Problemi securitari

La terza e più problematica delle dinamiche scaturite dal crollo delle criptovalute è stata però legata al vero motore dell’evoluzione finanziaria, la fiducia degli operatori. Di fronte a un settore finanziario stressato e esposto a crescenti incertezze per l’inflazione, il riflusso del boom borsistico, la crisi energetica e i rischi recessivi sull’Occidente dalle criptovalute si è sviluppato un processo massiccio di uscita verso asset più sicuri (fly to quality) che ha giocato di pari passo con le manovre speculative nel deprimere il mercato. E tuttora resta da capire il ruolo che ha giocato lo spostamento dei capitali russi sul mondo cripto e la percezione che tali asset potessero essere usati per eludere le sanzioni nel deprimerne le quotazioni.

La sicurezza è chiave in questi contesti: e semplicemente le criptovalute non sono ritenute sicure. Non sono riserve di valore né equivalente generale come una moneta tradizionale, e anche come mezzo di pagamento conoscono solo scarsi utilizzi. Non hanno garanzie in una fase in cui si ritorna a parlare di rischi recessivi. Non hanno un mercato consolidato né una cinghia di trasmissione con altri settori. Rappresentano, sostanzialmente, la speculazione allo stato puro, una bolla à la Kindleberger che finita l’euforia si dirige verso lo schianto mentre il mondo che si avvia a una nuova fase recessiva.

Il presidente della Consob Paolo Savona un anno fa aveva avvertito sul rischio speculativo in assenza di garanzie pubbliche: “L’informatica finanziaria è una lampada prodigiosa dalla quale è uscito il Genio”, ha sottolineato l’accademico sardo ed ex ministro, aggiungendo che “una volta sdoganato il processo di creazione di asset virtuali attraverso il mining, tale Genio non è più controllabile”, perché “agisce nella sfera immateriale (o infosfera) controllabile solo cambiando protocollo di scambio delle informazioni, ossia frammentando l’unità del mercato mondiale” e portando inesorabilmente il settore finanziario all’instabilità. Cosa puntualmente avveratasi un anno dopo in una fase di volatilità acuta e di destabilizzazione finanziaria su scala planetaria. In cui va in scena la grande fuga dall’illusione che bitcoin e compagnia potessero rappresentare il futuro della finanza.

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