In un primo momento il modello svedese è stato da tutti considerato una vera e propria follia. Nei mesi in cui la pandemia di Covid imperversava in tutta l’Europa, l’esecutivo socialdemocratico guidato da Stefan Lofven sceglieva di fare l’esatto contrario rispetto agli altri membri dell’Ue. Due i pilastri seguiti da Stoccolma: niente rigidi lockdown e niente misure restrittive draconiane.

In altre parole, la Svezia ha voluto preservare la normalità della vita quotidiana. Certo, la popolazione è stata avvisata di tutti i rischi, dell’importanza del distanziamento sociale, della necessità di lavarsi spesso le mani e di tutelare gli anziani. Eppure, oltre a questi consigli, nel Paese scandinavo sono scattati soltanto pochi divieti: bollino rosso per gli assembramenti formati da più di 50 persone, manifestazioni sportive, musei e scuole e università (non le primarie, rimaste invece aperte).

Ora che il peggio sembrerebbe esser passato, seconde ondate permettendo, è possibile fare un paio di considerazioni sull’approccio svedese. Partiamo dai numeri. In Svezia i dati ufficiali dall’inizio dell’epidemia parlano di quasi 81mila casi complessivi e poco meno di 6mila morti. Queste cifre sono nettamente più basse di quelle registrate da Italia (rispettivamente oltre 247mila casi e più di 35mila decessi), Francia (188mila e 30mila) e Spagna (335mila e 28mila), tanto per citare tre Stati che hanno invece attuato un periodo di lockdown.

Costi sanitari e benefici economici

Una lunga analisi apparsa sul Financial Times ha spiegato senza mezzi termini come la Svezia – l’unico Paese in Europa, ricordiamolo, che ha affrontato l’emergenza sanitaria senza un giorno di lockdown – abbia salvato dal baratro le aziende nazionali. Il titolo dell’articolo è emblematico: “Le aziende svedesi traggono benefici dall’approccio del Paese al Covid-19”.

Ma qual è stato il prezzo da pagare in termini di contagi e decessi? Dal punto di vista sanitario, il picco, raggiunto a giugno, è stato più acuto del normale, forse proprio per l’assenza di misure drastiche. Da luglio in poi, tuttavia, i casi giornalieri hanno cominciato a diminuire sempre di più, fino ad arrivare alle 45 nuove infezioni di ieri. Simile il discorso relativo ai decessi: picco intenso, rilevato a cavallo tra marzo e aprile, seguito da un ripido scivolo (ieri si sono contati appena 9 morti).

Il prezzo sanitario, se così vogliamo chiamarlo, è stato relativamente basso. L’economia ne ha così approfittato. O meglio: grazie all’assenza di chiusure generalizzate, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, dove la ripresa appare un miraggio lontano, il motore economico svedese, pur incassando qualche colpo, sta mostrando confortanti segnali di miglioramento.

L’economia ringrazia

Scendendo nel dettaglio è interessante leggere i dati delle trimestrali presentati dalle più importanti aziende del Paese, come Ericsson ed Electrolux. In tutti i casi i profitti hanno superato le aspettative di mercato. Sia chiaro: il danno c’è comunque stato, visto che stiamo parlando per lo più di un declino meno precipitoso di quanto temessero gli esperti. Eppure i colossi di Stoccolma sono usciti dalla bufera meno danneggiati rispetto ai rivali europei.

Questo ha spinto gli analisti a rivedere le stime del Pil svedese per il 2020, che risentirà senza ombra di dubbio del Covid ma che non calerà a picco come il prodotto interno lordo della quasi totalità dei Paesi membri dell’Ue. Le ultime previsioni parlano di un calo del Pil di appena il 5%. Un risultato in linea con Norvegia e Danimarca e molto migliore di quanto ottenuto in campo economico da Italia (si parla di un -12%), Regno Unito e Francia.

Come se non bastasse, i fallimenti delle imprese sono stati pochissimi e il mercato immobiliare è rimasto solido, tanto che l’indicatore di fiducia di SEB ha mostrato il suo più grande incremento nel periodo che va da giugno a luglio. C’è poi un altro particolare interessante da evidenziare. Mentre i grandi gruppi industriali svedesi attivi sui mercati internazionali, come ad esempio Volvo, hanno dovuto scontare una riduzione globale della domanda, le società incentrate sul mercato interno hanno beneficiato del modello approvato dal governo. Da non sottovalutare, infine, l’aspetto psicologico: a detta di molti esperti, aver tenuto il Paese aperto avrebbe spronato le persone a vivere una normale vita quotidiana. Con tutti i vantaggi economici del caso.

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