La Germania e la Cina, l’Europa e l’Asia, la possibilità di incrementare i guadagni e quella di perdere tutto dall’oggi al domani. Fino a quando Pechino era un Paese in via di sviluppo, l’ex Impero di Mezzo rappresentava una sorta di paradiso agli occhi degli avanzatissimi Stati occidentali, felici che le proprie aziende mettessero solide radici nell’immenso mercato cinese.
Il pensiero di fondo era semplice e, con il senno di poi, anche piuttosto ingenuo: investiamo oltre la Grande Muraglia – ripetevano entusiasti leader americani ed europei, manager di multinazionali e businessman di ogni tipo – perché fare affari con la Cina eviterà che la nostra economia rallenti.
D’altronde erano gli anni della Grande recessione, a cavallo tra il 2008 e il 2013, proprio quando cui la crisi economica mordeva forte. Bastava fare due calcoli: produrre in Oriente costava molto meno che non farlo in Europa o in America, gli stipendi dei lavoratori cinesi erano irrisori se paragonati ai loro colleghi al di là degli Urali. E poi il mercato, apparentemente immenso e formato da 1,4 miliardi di persone era visto come un pozzo senza fondo desideroso di assorbire i prodotti made in Europa e Usa. Insomma, i guadagni sarebbero stati altissimi.
Qualcosa è però andato storto, perché nessuno – o comunque molto pochi – si sono fermati a riflettere sulle possibili conseguenze sul lungo periodo di una simile scelta. E infatti, oggi, ci sono Paesi interi che stanno pagando il prezzo di una gestione economica a dir poco scellerata.
L’errore di Berlino
È il caso della Germania, la nazione che fino a pochi anni fa era la più ricca e potente d’Europa, nonché una delle più filocinesi dell’intero scacchiere continentale. Negli ultimi trent’anni Berlino ha flirtato incessantemente con Pechino. Come spiega Federico Rampini nel suo ultimo saggio “La seconda guerra fredda”, circa 5.200 aziende tedesche operano stabilmente in Cina e offrono lavoro a più di un milione di persone. Il 40% delle auto prodotte dal gruppo Volkswagen – colonna dorsale del sistema economico tedesco – sono vendute proprio sul mercato cinese.
La Germania ha saputo insediarsi nei meandri della Città Proibita, anche quando gli Stati Uniti di Barack Obama iniziavano a puntare il dito contro le presunte pratiche sleali di Pechino e il suo comportamento parassitario. In altre parole, Berlino stava accumulando attivi commerciali macroscopici facendosi trainare dai consumi di altri (leggi: Cina), ma allo stesso tempo frenava la crescita dei restanti Paesi europei. Esportare ma non importare: per anni è stato questo il mantra che ha accomunato i governi di Germania e Cina.
Il vantaggio di Pechino
A riprova dell’amicizia tra Germania e Cina, nel 2013 Angela Merkel arrivò persino a bloccare una proposta europea di piazzare dazi sui pannelli solari made in China. Berlino ha difeso Pechino, e si è voltata dall’altra parte anche quando i cinesi hanno iniziato a rubare i primi segreti industriali.
Prendiamo ad esempio i treni ad alta velocità. Qualche anno fa la tedesca Siemens aveva venduto alcuni prototipi di proiettili al governo cinese, che di lì a poco avrebbe saputo farne buon uso. Altro che, come si aspettavano i tedeschi, commesse a pioggia per il made in Germany.
La Cina, non appena fatto il grande balzo in avanti nelle più moderne tecnologie, ha costruito i suoi treni ultra veloci prendendo come punto di riferimento proprio i modelli dei partner tedeschi. E questo è stato soltanto l’antipasto perché Pechino, nel frattempo, non ha smesso di crescere.
La Germania era orgogliosa di aver sviluppato il suo piano industriale chiamato “Industria 4.0″. Oggi ne parlano in pochi, ma qualche anno fa Berlino si vantava di aver pianificato un progetto con cui sarebbe riuscita a raggiungere la supremazia mondiale nelle più importanti tecnologie strategiche. Il problema è che quella strategia doveva rispettare i paletti delle regole europee. Quindi: niente aiuti di Stato alle aziende e niente concentrazioni monopolistiche.
La Cina, che non deve rispettare simili limitazioni, non solo ha imitato il progetto tedesco proponendo il piano “Made in China 2025“, ma lo sta sviluppando all’ennesima potenza. Morale della favola: entro il 2025 Pechino punta a sostituire ogni tecnologia straniera – quindi anche quelle tedesche – con prodotti domestici.



