Aiutare gli altri seguendo una logica comunitaria, versando denari ed elargendo generosi prestiti, ma ritrovarsi soli nel momento bisogno. È questo, in breve sintesi, quello che fin qui è accaduto all’Italia all’interno dell’Unione europea. Il nostro governo ha sempre contribuito alla causa Ue pagando per riparare le crisi finanziarie scoppiate in altri Stati, sia per aiutare i governi sull’orlo del baratro a rialzarsi, sia nel dare ossigeno alle banche insolventi di quegli stessi Paesi. Ci sono diversi esempi che sostengono tale tesi: dalla Grecia alla Spagna, dall’Irlanda a Cipro passando per il Portogallo.

I dati pubblicati nell’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia parlano chiaro sul sostegno finanziario elargito da Roma ai compagni in difficoltà dell’area euro. L’azione riparatoria dell’Italia per tappare i buchi altrui ha pesato sul debito pubblico nostrano per l’enorme cifra di 58,2 miliardi di euro. Ma non è finita qui, perché le cosiddette passività connesse ai prestiti concessi dall’Esf (cioè l’erede del Mes) ammontano a 33,9 miliardi di euro.

I contributi dell’Italia

Insomma, l’Italia ha versato soldi a pioggia per aiutare Atene e le banche di tanti altri Paesi. Il problema, come suggerisce il termine, è che Roma ha prestato denaro. Quindi dovrà prima o poi ricevere quanto versato: no, non andrà proprio così, visto che gli oneri finanziari sono superiori alla remunerazione di quanto concesso. In altre parole, l’Italia ha ricevuto e continuerà a ricevere meno di quanto versato. Già, proprio così: il nostro governo si è impegnato (e con lui indirettamente i cittadini italiani) a mettere sul tavolo dell’Unione europea miliardi e miliardi di euro per ricevere in cambio un bel niente. Neppure la certezza di vedersi restituire quei soldi. Alla luce di questo, appare logico capire perché una buona parte della politica italiana non intende cedere a Bruxelles in merito alla riforma del Mes. Il Meccanismo europeo di stabilità nasconde insidie che potrebbero alimentare nuove fregature per il nostro, bistrattato Paese.

Nessun vantaggio, nessun aiuto

Il Mes non è altro che la continuazione del vecchio Esfs. L’Italia ha contribuito a formare il capitale del Fondo salva-Stati versando 14,3 miliardi di euro ma, sul totale di 705 miliardi di euro complessivi da impiegare per intervenire nelle aree di crisi, Roma dovrà mettere a disposizione “della comunità” 125 miliardi e 395,9 milioni di euro.

Per farlo, va da sé, il nostro Paese dovrà aumentare il suo già altissimo debito pubblico attraverso le emissioni di appositi titoli di Stato. La beffa continua, perché l’Italia è chiamata a versare diversi miliardi per la causa del Mes ma con la consapevolezza di non poter usufruire di alcun ipotetico vantaggio derivante dallo stesso fondo.

Il Fondo salva-Stati, infatti, tenderà la sua mano solo ad alcuni Stati e solo in determinate situazioni. Clausole alla mano, l’Italia ha un debito troppo alto e non potrà usufruire del salvagente che pure ha contribuito a costruire. Se Roma dovesse mai aver bisogno di rivolgersi al Mes, i casi sono due: o riceverebbe un secco no, oppure potrebbe vedersi concedere prestiti a fronte di una pesante ristrutturazione del debito pubblico a opera dei vertici dello stesso Mes, della Commissione europea e dell’Fmi. Un precedente ci aiuta a capire meglio la situazione. Nel 2011, in piena crisi finanziaria, l’Italia non ha ricevuto dall’Europa un solo centesimo. Anzi: Bruxelles ha succhiato ulteriore sangue al popolo italiano. Il discorso non cambia se consideriamo il nostro sistema bancario: quando servivano aiuti per sostenere Mps e altri istituti minori, l’Unione europea si è voltata dall’altro lato, facendo finta di non vedere. Un peso, due misure.