L’esultanza del premier Giuseppe Conte e di altri leader europei per l’accordo sul Recovery fund potrebbe trarre in inganno: il risultato negoziale non è stato raggiunto senza sacrificare qualcosa d’importante. Tra gli ambiti penalizzati, la voce che forse stupisce di più, dopo tutte le campagne mediatiche portate avanti in questi ultimi anni, riguarda il clima: il Just transition fund – quello che servirebbe a raggiungere la cosiddetta “neutralità climatica” è passato in secondo piano, con soltanto 10 miliardi stanziati alla fine della fiera.

Dopo mesi di propaganda politica e sovrapposizioni mediatiche con i messaggi lanciati da Greta Thunberg e da ecologisti vari, l’Unione europea deroga al futuro la salvaguardia dell’ambiente, scegliendo di concentrarsi su altre fattispecie. Tutto legittimo, per carità, ma non si può non notare una certa dose d’incoerenza tra quello che viene sbandierato e quello che poi, in fin dei conti, viene previsto. Vale per questa storia della salvaguardia del clima e per altre “urgenze” che sono passate in secondo piano durante le trattative. Intanto, c’è più di qualche evidenza per supporre che il tanto stigmatizzato carbone non scomparirà dall’Europa in breve tempo. Ma non è tutto.

Pure la salute, in un certo senso, ci ha rimesso. Il che, considerando il motivo per cui le nazioni europee sono state costrette a questo summit – una pandemia, appunto – potrebbe sembrare eufemistico. Fatto sta che – come riportato pure dallHuffington Post – la ricerca scientifica è destinata a recitare una parte minore rispetto a quella che era stata pensata in prima battuta: si stava ragionando su 13,5 miliardi, ma le parti hanno optato per stanziarne solo 5. Mentre Eu4Health – un programma continentale, che era stato immaginato anche per potenziare nosocomi ed apparecchiature mediche – è stato cancellato in tronco. La ratio della scelta può essere legata alla consistenza di una “potenza di fuoco” che deve fare i conti con la realtà e con le risorse a disposizione, ma clima e salute non sono stati risparmiati dai ragionamenti dei vertici Ue, che li hanno, almeno in parte, scartati dall’elenco delle cose sui cui non si può tergiversare. 

Poi c’è l’annosa questione della ricerca scientifica, che peraltro è naturalmente concatenata al tema della salute e a quello del clima: anche in relazione al piano Horizon sono stati operati dei tagli. Con buona pace di coloro che ritengono che, per contrastare le future pandemie, serva soprattutto studiare ogni possibile eventualità. Dallo studio dei virus alle analisi dei laboratori per individuare una soluzione: molto, a ben vedere, passa dalle menti di chi studia, che però deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare.

Una delle critiche sollevate in questi mesi dal “fronte sovranista” riguarda la mancata uniformità della reazione scientifica allo sviluppo dei contagi. La scienza, insomma, avrebbe risposto diversamente e a seconda dell’interpretazione. La ricerca, in futuro, costituirà la risposta capace di evitare che accuse di quella tipologia vengano nuovamente presentate? La risposta di solito è unanime e tende al “sì”. Possibile però che l’Unione europea, tagliando qua e la, abbia perso un po’ di terreno (e qualche possibilità di arrivare per prima). Nel corso di questo periodo, abbiamo appreso quanto sia importante, pure dal punto di vista geopolitico, essere avanguardia nelle sperimentazioni.

Questi sono passaggi che sarà utile ricordare quando bisognerà fare i conti con i consueti avvertimenti sugli imminenti disastri. Ogni volta che dai corridoi di Strasburgo e Bruxelles si udiranno voci scandalizzate per via della situazione climatica o per lo stato della ricerca medico-scientifica, sarà possibile rammentare il risultato finale dell’accordo sul Recovery Fund. In altri termini, si potrebbe asserire che, dovendo selezionare o il breve termine o il lungo periodo, l’Unione europea abbia scelto il primo. Il che – lo ripetiamo – è assolutamente legittimo. Certo è che l’Europa, in questa che è stata una trattativa portata avanti quasi alla luce del sole, ha mostrato di nuovo tutti i suoi limiti.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE