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In un bell’articolo pubblicato da Carnegie Politika, Ekaterina Kurbangaleeva spiega bene, e senza spendere troppe parole, quale sia il legame tra situazione economica e consenso per il Cremlino nella Russia di oggi. La diremmo un’analisi di stampo quasi marxista, se non fosse che Marx non è più di moda mentre vanno alla grande i luoghi comuni e i giudizi sommari. La Kurbangaleeva cita i dati disponibili, che parlano abbastanza chiaro: “I redditi reali (in Russia, n.d.r.) sono aumentati del 5,8% nel 2023 e allo stesso ritmo nel primo trimestre del 2024, secondo il Servizio statistico statale russo (Rosstat). Oltre a ciò, i dati del Servizio fiscale federale mostrano che le entrate fiscali dello Stato russo sul reddito nel 2023 sono state superiori del 40% rispetto al 2021 (la parte del leone di questo aumento è avvenuta nel 2023)”. È il frutto dell’economia di guerra, che mescola la carenza di forza lavoro (causa emigrazione o arruolamento) agli investimenti nel settore industrial-militare (si pensa sempre troppo poco alla metà “industriale” dell’espressione) ai salari alti che vengono pagati ai militari e alle sovvenzioni offerte alle loro famiglie.

Se si tratti di un frutto avvelenato, visto che investire in bombe significa investire in qualcosa che distrugge e si autodistrugge, e conquistare territori vuol poi anche dire mantenerli, lo vedremo più avanti. Per ora la situazione è quella. Come ricorda la Kurbangaleeva, “… utilizzare il pagamento delle imposte sul reddito per valutare il tenore di vita significa escludere una fonte fondamentale di ricchezza in tempo di guerra, poiché i salari dei soldati e i pagamenti in caso di ferita o morte non sono soggetti all’imposta sul reddito. Tuttavia, data la crescita dei pagamenti delle imposte sul reddito (e dato che Rosstat stima che il 59% dei redditi nel 2023 deriverà dai salari), si può affermare con sicurezza che i redditi reali sono aumentati più rapidamente dell’inflazione dopo l’invasione”.

Questa è una prima considerazione che dovremmo fare, quando pensiamo alle politiche del Cremlino e ci illudiamo che in Russia la rivoluzione sia prossima e che Vladimir Putin tenga il Paese allineato alle proprie politiche solo usando le baionette. Detto brutalmente: c’è molta gente, in Russia, che con la guerra campa meglio di prima. Ed è anche importante chiedersi: quale gente?

La Kurbangaleeva spiega bene anche questo. “Le quindici regioni in più rapida crescita in termini di contributo fiscale sul reddito (escluse le regioni che la Russia sostiene di aver annesso all’Ucraina) non includono quasi nessuno delle regioni che per tradizione erano grandi contributori. I primi posti sono invece occupati da regioni che prima della guerra erano tradizionalmente beneficiarie nette del bilancio federale. Includono la repubblica di Chuvashia (un aumento del 56% in due anni), la regione di Bryansk (54%), la regione di Kostroma (52%), la regione di Kurgan (50%), la regione di Smolensk (49%) e la regione di Zabaikalsky (47%). Ci sono state solo tre regioni in cui la crescita dei contributi fiscali sul reddito è stata inferiore al 20%”. Questo significa che regioni prima della guerra povere o non ricche hanno registrato, grazie all’economia di guerra, un improvviso incremento dei redditi.

Il che, tra l’altro, si è tradotto in evidenti segnali di fiducia nell’andamento del Paese: rispetto al 2022 la somma depositata nei conti bancari dei russi è triplicata, senza che sia calata la propensione alla spesa dei consumatori russi. Non solo. “La domanda di mutui continua a crescere (il valore totale dei mutui detenuti in Russia è cresciuto del 34,5% nel 2023). Questa crescita è stata trainata principalmente da programmi di mutui sovvenzionati dallo Stato. E la domanda non ha mostrato segni di rallentamento nei primi quattro mesi del 2024”, scrive ancora la Kurbangaleeva, “molti russi hanno abbastanza risparmi per versare un deposito del 30% su una proprietà (il deposito iniziale medio) e sono felici di contrarre mutui ventennali, suggerendo che contano sul continuo sostegno statale”. E , di conseguenza, che non nutrono particolari timori per il prossimo futuro.

In sostanza, i primi beneficiari di questa situazione sono i “colletti blu” della Russia. Le professioni più richieste oggisono quelle di fresatore, macchinista, saldatore, tessitore e operaio tessile. Operai specializzati che questi due anni hanno visto triplicare i propri salari. Come, per fare altri esempi, i corrieri e gli autisti. I camionisti a lunga percorrenza guadagnano oggi in media 180.000 rubli al mese (+38% su base annua), mentre i corrieri possono guadagnare fino a 200.000 rubli al mese. Il che vuol dire: guadagnare quanto i membri dell’Accademia delle scienze, le migliori menti del Paese, beneficiati con un aumento (che scatterà però nel 2025) da un recente decreto di Putin. Di nuovo: dall’economia di guerra guadagna chi prima stava peggio. Ci rimettono i medio-alto borghesi delle grandi città, che infatti sono i più inquieti, e ci guadagnano gli operai specializzati. A livello di conquista del consenso un meccanismo che al Cremlino certo non dispiace. Ovviamente in termini numerici. Ma anche in termini politici: vengono puniti gli strati della popolazione che sono sempre stati più riottosi (quelli, per fare un esempio, dove Aleksej Navalnyj trovava più seguito) e premiati quelli da sempre più fedeli.

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