Che cosa hanno in comune tra loro gli impianti di produzione di Toyota Motor, gli allevatori australiani di pecore e i produttori di scatole di cartone? Sono tutti e tre vittime della recente crisi energetica che si è abbattuta sulla Cina. Gli effetti del cortocircuito cinese iniziano a farsi sentire anche oltre la Muraglia, con il rischio di ostacolare l’intera economia globale, già messa a dura prova dall’emergenza Covid-19 e in lotta per tornare ai livelli pre pandemia. Bloomerg ha descritto alla perfezione che cosa sta accadendo: l’estrema carenza di elettricità, oltre a frenare la crescita di Pechino, è destinata ad avere ripercussioni a catena sulle catene di approvvigionamento mondiali.

A tutto ciò bisogna aggiungere il congestionamento dell’industria delle spedizioni, con ritardi nella consegna di vestiti e giocattoli in vista delle festività di fine anno. “Se la carenza di elettricità e i tagli alla produzione continueranno, un simile contesto potrebbe causare problemi globali dal lato dell’offerta, soprattutto se verrà intaccata la produzione di prodotti di esportazione”, ha spiegato Louis Kuijs, economista presso Oxford Economics, parlando della crisi energetica cinese.

Il grande dilemma, dal quale poi dipenderà gran parte dell’imminente futuro dell’economia, può essere sintetizzato in una domanda ben precisa: i produttori riusciranno ad assorbire i costi di produzione, via via più elevati? In caso di risposta affermativa, i consumatori non dovrebbero subire scossoni traumatici; in caso di risposta negativa, al contrario, i produttori potrebbero trasferire i costi gonfiati proprio sulle spalle degli stessi consumatori.

Contagio mondiale

Il fatto che la Cina sia coinvolta nelle catene di approvvigionamento globali è il motivo per cui una crisi energetica apparentemente localizzata nel territorio cinese sta provocando effetti in tutto il pianeta. Moltissime aziende sono sotto pressione e, come nel più classico degli effetti domino, è facile che queste possano contagiare industrie attive in altri settori. Prendiamo, ad esempio, la carta. La produzione di materiali da imballaggio e scatole di cartone era già stata messa a dura prova dal massiccio incremento della domanda avvenuto durante la pandemia. Con le chiusure di numerose aziende cinese, la produzione di questi materiali ha subito una frenata non trascurabile, che, secondo le stime di Rabobank, potrebbe ridurre l’offerta relativa ai mesi di settembre-ottobre dal 10% al 15%.

Prendiamo adesso la filiera alimentare. La Cina, il più grande produttore agricolo del mondo, deve fare i conti con una stagione del raccolto più impegnativa del normale a causa della citata crisi energetica. Risultato: i prezzi alimentari globali sono schizzati alle stelle. Nelle ultime settimane, infatti, Pechino ha ordinato a numerosi impianti di chiudere o ridurre la produzione per risparmiare elettricità. Ne hanno fatto le spese, tra gli altri, i trasformatori di soia, impiegati per produrre farina da destinare agli animali da allevamento e olio da cucina. Non c’è pace neppure per il settore lattiero-caseario, dal momento che le interruzioni di corrente potrebbero interrompere il funzionamento delle macchine per la mungitura, mentre i fornitori di carne suina dovranno fare i conti con il funzionamento a singhiozzo delle celle frigorifere.

Arriviamo così agli allevatori australiani di pecore, pronti a fronteggiare una domanda più bassa della vendita di lana. Considerando, poi, che la Cina è la più grande base di produzione mondiale di gadget elettronici, quali Iphone e console da gioco, nonché un importante centro per il confezionamento di semiconduttori usati da automobili ed elettrodomestici, anche il settore tecnologico potrebbe subire scossoni più o meno drammatici.

Il ritorno del carbone

La carenza di energia elettrica ha spinto Pechino a ordinare ai principali produttori di carbone della nazione di incrementare le loro attività. Secondo quanto riportato da Reuters, i funzionari cinesi avrebbero chiesto a una settantina di miniere situate nella Mongolia Interna di aumentare la produzione di carbone di quasi 100 milioni di tonnellate per far fronte al fabbisogno energetico delle imprese cinesi (e non solo). Un simile aumento, calcolano gli esperti, rappresenterebbe quasi il 3% del consumo totale di carbone termico della Cina. Ricordiamo che le miniere in questione avevano in precedenza una capacità annua autorizzata di estrazione pari a 178,45 milioni di tonnellate di carbone.

In un avviso urgente, diramato nei giorni scorsi, il dipartimento dell’energia regionale della Mongolia interna ha chiesto alle città di Wuhai, Ordos e Hulunbuir di notificare a 72 miniere la possibilità di poter operare fin da subito con capacità superiori stabilite, a condizione che garantiscano produzione sicura. Non è dato sapere per quanto tempo le aziende in questione potranno incrementare la loro produzione. Il quotidiano Inner Mongolia Daily ha scritto che “la task force per il carbone solleciterà i minatori ad aumentare la produzione senza compromessi, mentre la squadra di lavoro per l’energia dovrà garantire alle aziende produttrici di soddisfare la domanda invernale di elettricità e riscaldamento“. Il problema è che la Cina è impegnata in una battaglia green, con l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2060. Qualora la situazione dovesse aggravarsi, c’è davvero il rischio che Pechino sia costretta a rivedere i suoi piani.