Recep Tayyip Erdogan è sicuramente un leader politico difficile da prevedere e, in certe occasioni, spregiudicato, ma non si può negare gli manchino tenacia, inventiva e fiuto tattico. La manovra di capovolgimento di fronte con cui il Sultano di Ankara è riuscito a trasformare l’accerchiamento politico, diplomatico e mediatico subito in occasione delle sue ultime azioni in Siria in un rafforzamento della posizione turca nel Mediterraneo con il rilancio della presenza in Libia è sicuramente da ascrivere tra i frutti di queste sue caratteristiche.

La Turchia, tra le altre cose, guarda alla Libia perché interessata alla partita energetica del Mediterraneo. Diventata sempre più complessa dopo il parallelo varo del gasdotto israeliano-greco-cipriota EastMed e l’inaugurazione di TurkStream ad opera di Vladimir Putin e dello stesso Erdogan nei primi giorni di gennaio. E che ha nel martoriato Paese nordafricano una chiave di volta.

Sul gas naturale e sul petrolio libico e mediterraneo gli interessi di Ankara si scontrano apertamente con quelli dell’Italia. Minacciata in due occasioni nell’offshore cipriota tra 2018 e 2019. Priva di una strategia a tutto campo per cogliere l’occasione di sfruttare l’aumento dell’offerta e del potenziale geopolitico dei mercati energetici, trasformandosi in hub. Scottata dalla sconfitta geopolitica della cancellazione di South Stream, che ha portato il gasdotto turco-russo a diventare la porta delle esportazioni di Gazprom verso il cuore d’Europa.

Come fa notare Milano Finanza, oramai tra il governo libico di Fayez al Serraj e la Turchia di Erdogan la sintonia sulle tematiche energetiche è assoluta: negli scorsi mesi Serraj “si è affrettato a rafforzare gli accordi con Ankara attraverso un memorandum d’intesa che definisce i confini marittimi tra i due Paesi, e potrebbe dare il via a possibili operazioni congiunte alla ricerca di idrocarburi” nell’offshore che lambisce le acque territoriali libiche e cipriote, fattispecie questa che colpirebbe direttamente l’interesse dell’italiana Eni nella regione.

I contratti energetici turchi in Libia valgono oramai 25 miliardi di dollari, e non è implausibile pensare che nell’ampia politica di cristallizzazione del conflitto libico patrocinata da Erdogan e Putin non rientri anche una strategia volta alla normalizzazione del mercato energetico interno al Paese, il cui potenziale di esportazione nel campo del petrolio e del gas è stato quasi completamente azzerato in un decennio di instabilità.

La Turchia rimette ufficialmente piede in una Libia enormemente diversa e ben più strategica di quella lasciata dopo la guerra italo-ottomana del 1911-1912: uno Stato diviso tra fazioni che solo un intervento esterno coordinato e radicato sulla spartizione delle decisive risorse energetiche contese può ricompattare. Ankara fa con spregiudicatezza il suo interesse nazionale, ed è notevole pensare all’incertezza del governo Conte sul dossier libico in una fase tanto importante. Concessioni, contratti e investimenti italiani, assieme alla sicurezza delle importazioni dalla Tripolitania, sono a rischio e potrebbero essere compromesse se la Turchia mettesse di fatto le mani sul governo di al Serraj. Le photo opportunity di Giuseppe Conte con Erdogan ottenute mentre quest’ultimo sfilava all’Italia, ufficialmente, il ruolo di patrono del governo Serraj non aiutano a capire quali Paesi siano, fondamentalmente, i veri rivali di Roma nel Mediterraneo.

Dell’irriducibile spinta alla competizione tra Ankara e Roma ha parlato in un recente saggio dedicato alla geopolitica del quadrante centrato sul Mar Nero, Axeinos!, l’analista di Limes Mirko Mussetti. Dal Mediterraneo orientale ora la sfida si è estesa alla Libia. E come in altri dossier strategici del Mediterraneo, l’Italia sceglie di non giocare con convinzione e tenacia. La sicurezza energetica del Paese richiedono ben altra determinazione: e presto anche la sicurezza del pre-carrè libico, in cui Eni troppo spesso ha finito per supplire all’ambivalente politica dei nostri governi, potrebbe essere compromessa.

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