In un suo libro che raccontava un viaggio nei Paesi jugoslavi ai tempi delle guerre balcaniche, il giornalista Paolo Rumiz presentò l’attitudine mentale dei popoli slavi a non pensare i loro Paesi come “porta dei Balcani” ma a definirne l’inizio oltre i loro confini nazionali. E così gli sloveni si sentivano avanguardia d’Europa dicendo che i Balcani iniziavano dalla Croazia; a loro volta, i croati ne fissavano l’inizio in Serbia e Bosnia, e così via sino al confine greco-macedone. In maniera analoga a questo modo di pensare si comportano le istituzioni europee contemporanee sulle politiche di austerità e sul loro superamento: 27 Paesi dell’Ue avranno 27 diversi concetti su cosa sia stata effettivamente l’austerità e di quali siano i ragionevoli comportamenti da tenere, relazionandosi alle regole europee, per evitare che diventino una gabbia.

Per alcuni giorni in Italia molti nei media e nelle istituzioni illusi che il combinato disposto della nomina di Paolo Gentiloni Commissario europeo agli Affari economici e dell’ascesa al Mef del dem Roberto Gualtieri contribuisse a spostare questo perimetro verso una posizione simile a quella dell’Italia, che l’austerità l’ha patita a partire dall’era di Mario Montie necessità una discontinuità a tutto campo. Ma la strada resta in salita: Gentiloni è stato commissariato, nella nuova squadra di Ursula von der Leyen, dalla nomina a suo supervisore di Valdis Dombrovskis, superfalco lettone dell’austerità. Sarà l’ex premier lettone, scrive la Stampa, che “sovrintenderà i commissari con i portafogli legati all’Economia e alla Finanza”, marcando letteralmente a uomo l’ex premier italiano e coordinando la squadra economica, seguendo direttamente la riforma del Patto di Stabilità.

Limiti sostanziali che spingono a vedere nella nomina di Gentiloni più un “premio” all’afflato europeista del governo giallorosso e alla marginalizzazione di Matteo Salvini che una concessione di reali poteri sostanziali. E lo si è visto in occasione delle prime riunioni diEurogruppo ed Ecofin a cui Gualtieri ha partecipato, nel corso delle quali le sue richieste sono andate in sostanziale continuità con quelle del predecessore Giovanni Tria: più flessibilità contabile, meno focalizzazione su concetti discutibili come l’output gap, rifiuto di qualsiasi manovra restrittiva. Segno che indipendentemente dall’approccio del governo italiano a Bruxelles, il muro contro muro è di difficile superamento. Nonostante le dichiarazioni d’intento coraggiose e battagliere, appare evidente che anche la nuova Commissione terrà il “perimetro” dell’austerità molto vicino a quanto desiderato dai Paesi nordici paladini del rigore, concedendo forse qualche avanzata solo per rispondere alle difficoltà economiche della Germania.

Non sembra essere in programma alcuna grande riforma dei vincoli europei, e nemmeno due uomini di cui non si può negare la capacità d’inserimento e la conoscenza dei meccanismi europei come Gentiloni e Gualtieri sarebbe possibile proporla. Troppo ampio il fronte austeritario, troppo condizionati dal loro europeismo acritico i due esponenti del Pd. L’unico tema oggetto di discussione, più da noi che in Europa, è la possibilità di scorporare gli investimenti a favore dell’ambiente dal calcolo del deficit/pil. Proposta che non ha trovato formalizzazione, così come non sono ancora stati presentati numeri e programmi della Nota d’aggiornamento al deficit che deve essere redatta entro fine settembre per presentare gli obiettivi di politica economica del governo.

Il “superdeficit” è necessario politicamente al governo M5S-Pd per alimentare la retorica della discontinuità e, soprattutto, per poter varare una reale politica economica oltre la sanatoria delle clausole Iva. Senza spazio d’azione politico il governo sarebbe esposto ai cannoneggiamenti dell’opposizione a guida leghista e, soprattutto, sarebbe mandato da Bruxelles a sbattere contro il crescente marasma che agita l’economia globale. Commissariando Gentiloni l’Europa ha fatto capire che dal suo punto di vista l’atteggiamento da tenere contro l’Italia è ben chiaro: dall’austerità ci si può distaccare leggermente, non allontanare. E il Conte-bis dovrà ben presto deporre ogni illusione su questo tema.