Una bozza raffazonata, un vaste programme senza reali punti di riferimento, un elenco di intenzioni non corredate dalla necessaria pragmaticità che i tempi stretti richiedevano: il Recovery Fund italiano è partito zoppicante per gli errori accumulati dalla gestione del governo di Giuseppe Conte che il nuovo esecutivo targato Mario Draghi ora deve risolvere.

Le autorità europee, guidate dal vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, hanno più volte censurato, spesso in maniera molto inelegante, la confusionaria bozza presentata il 12 gennaio scorso dal governo Conte II, che però effettivamente risultava lacunosa sotto diversi punti di vista, dall’indicazione precisa dei tempi di realizzazione dei progetti all’elaborazione di una strategia sistemica capace di passare il vaglio del “pagellone” comunitario. Che obbliga a stanziamenti precisi sul fronte della transizione ecologica (minimo 37% dei fondi) e del digitale (almeno il 20%), a presentare progetti ad alto moltiplicatore occupazionale e produttivo e a presentare tempi certi nella realizzazione delle opere.

Quali sono stati gli errori principali su cui Conte e il suo governo sono incespicati? In primo luogo, l’incapacità di presentare una visione di sistema del Paese. In secondo luogo l’essersi accapigliati più sulla natura dei nomi e delle strutture chiamate a gestire il piano che sulla scelta delle priorità da dare al Paese. In terzo luogo, l’errore forse più grave: la de-responsabilizzazione. Aspramente criticata dall’economista ed ex ministro Giorgio La Malfa in un’intervista per Formiche: “All’indomani dei cosiddetti Stati generali dell’economia, il governo inviò una lettera alle amministrazioni pubbliche, nella quale veniva loro chiesto di presentare dei progetti, specificando alcuni requisiti poco più che formali. Questa scelta ha trasformato il piano in una raccolta di progetti che rispondevano non a un’idea o più idee di fondo sulle trasformazioni che l’Italia avrebbe dovuto apportare alle sue strutture economiche, bensì alle aspirazioni e ai bisogni delle singole amministrazioni”.

Prendendo in mano il dossier con tempi strettissimi, il ministero dell’Economia guidato, nel governo Draghi, da Daniele Franco, ha dovuto operare di fatto una riscrittura delle priorità del piano. Anticipata, nei rispettivi dossier, dai ministri Colao (digitale) e Cingolani (Transizione ecologica). I colli di bottiglia ereditati dal Conte-bis sono tanti e tali da aver, per ora, portato l’esecutivo a non aver ancora tappato tutte le falle. Sussitono, infatti, ancora alcuni necessari accorgimenti da compiere, oggi sottolineati da Il Tempo: “Nel 20% dei progetti non ci sono i cronoprogrammi e i target in termini numerici è presente solo nel 30% delle 48 linee principali”. In vista del 31 marzo, giorno in cui il piano sarà discusso in aula e ci sarà la relazione della Commissione Bilancio del Senato, questi gli appunti presentati dai parlamentari della Camera dei deputati che hanno letto il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Una valutazione “complessivamente positiva” quella della Commissione bilancio di Montecitorio sul Pnrr targato Draghi e Franco, secondo cui, tuttavia, le  componenti che figurano all’interno di ciascuno missione del piano dovrebbero dettagliare gli investimenti e le relative riforme necessarie come contropartita in base agli accordi siglati in Europa, nonché, si legge nella relazione, “il contributo previsto, i relativi traguardi, obiettivi e tempistiche e il loro finanziamento e costo, nonché fissare target intermedi e finali e un cronoprogramma che rifletteranno i progressi compiuti”. Il lavoro deve ancora arrivare all’ultimo miglio, e inoltre va chiarita la necessità di nuovo personale per le amministrazioni pubbliche che dovranno applicare concretamente il piano e la distribuzione territoriale dei fondi, con la Camera che propone un criterio che consenta di superare il 34% delle risorse per il Sud inizialmente previsto.

Lavori preparatori, in larga parte, che nello stendere il Pnrr il governo Conte II avrebbe dovuto sobbarcarsi e che in qualsiasi procedura di project management dovrebbero essere dati, sia sul fronte pubblico che in quello privato, in partenza di fronte alla necessità di confrontarsi con un budget prestabilito come quello dei fondi comunitari. Cingolani, che ha relazionato sull’ambiente, Colaoche lavora sul digitale, Franco, che ha la regia dei processi del Pnrr, e gli altri ministri chiamati in causa come Giancarlo Giorgetti lavorano su progetti concreti che hanno in larga parte sulle loro spalle le zavorre dell’era Conte. La cui eredità rischia di rallentare il prospettato completamento del piano entro la cruciale scadenza di aprile. La Spoon River economica dell’era giallorossa continua a far pesare le sue conseguenze anche dopo la caduta del Conte II: e questo crea un problema strutturale per la ripresa del sistema-Paese.