Il Btp sta vivendo, nelle ultime settimane, una fase che sarebbe riduttivo definire favorevole compatibilmente col contesto sociale, economico e politico che vede l’Italia colpita dalla pandemia di coronavirus e dalla minaccia di una recessione senza precedenti. Lo Stato, costretto a finanziarsi emettendo bond sui mercati e impossibilitato a monetizzare anche solo in minima parte il suo deficit, sta ricorrendo massicciamente a emissioni di titoli la prossima delle quali è in programma tra il 18 e il 21 maggio.

Da gennaio ad aprile l’Italia ha emesso Bot, Cct e Btp per quasi 141 miliardi di euro, ricevendo oltre 230 miliardi di richieste effettive (+60% di domanda sull’offerta); i collocamenti privati di aprile di Btp con scadenza a 5 e 30 anni riservati a investitori istituzionali (Banca Imi, Jp Morgan, Bank of America, Nomura, Société Generale e Deutsche Bank) hanno visto una richiesta di 110 miliardi a fronte di un’offerta di soli 16 miliardi. Fanno 180 miliardi di domanda inevasa in quattro mesi, a cui si aggiungono l’entrata in vigore del Btp Italia studiato dal Tesoro, la scommessa positiva della finanza Usa sui nostri titoli e il sostanziale scampato pericolo dei verdetti delle agenzie di rating.

Il governo e i suoi apparati non sono riusciti a veicolare un messaggio chiaro né forse a comprendere veramente la solidità di alcune caratteristiche dell’Italia: l’esplosione dei debiti pubblici di tutta Europa in risposta alla crisi ne evita un’eccessiva “demonizzazione”, mostrando che la vera problematica è quella dei debiti privati; la cedola elevata pagata dal Btp è in questo contesto una garanzia di rendimento per gli investitori; permane nel mondo finanziario la certezza che l’Italia non affonderà.

Viene da chiedersi, in questo contesto, perché mai l’Italia dovrebbe aderire con leggerezza ai prestiti del Meccanismo europeo di stabilità mettendo mano a una manciata di miliardi ottenuti a tasso vantaggioso sul piano del rimborso (poco superiore allo 0,15%) ma che hanno la controindicazione politica di rendere subordinati nella gerarchia dei rimborsi i titoli di Stato ordinari. Il risparmio di interessi passivi legato a un’adesione al Mes rispetto all’emissione di Btp, su una linea di credito di circa 10 miliardi di euro, sarebbe di 170 milioni di euro l’anno. A prezzo però di ridurre l’appetibilità dei Btp, che in questo caso verrebbero retrocessi nell’ordine di rimborso.

E c’è di più: oltre ai 180 miliardi di euro di domanda eccedente l’offerta sulle emissioni ordinarie l’Italia può ricevere ancora una notevole sponda dalla Banca centrale europea, che nei mesi di marzo e aprile 2020 ha acquistato Btp per circa 23 miliardi di euro e ha ancora margine di manovra da qua a fine anno per comprarne altri 80. Parliamo di titoli garantiti con un tasso ridotto, che fanno da scudo alle emissioni ordinarie.

Con che credibilità politica il governo Conte potrebbe dunque far convivere questa situazione tutt’altro che incontrollabile con l’apertura a un prestito del Mes che sembra venire snobbato da tutti i Paesi dell’Europa mediterranea e meridionale? Chi potrebbe più puntare con la stessa decisione di prima ai Btp sapendo che nell’ordine di rimborso essi verranno comunque dopo il prestito del Mes? L’Italia sarà ritenuta ancora sicura dopo aver aperto una linea di credito emergenziale? Le domande in questione meritano risposte, ma sembra che il governo non si stia interrogando a riguardo. L’Italia, nel contesto della tragedia e della tempesta economica, riesce finora a vedere il sereno sul lato dei finanziamenti pubblici: disperdere questo credito sarebbe un errore madornale che pregiudicherebbe le già labili speranze di una ripresa ordinata.

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