La battaglia per le terre rare è appena iniziata. I 17 minerali impiegati nella produzione di componenti chiave della rivoluzione tecnologica sono al centro di complicati rapporti di forza tra le potenze. O meglio tra Usa e Cina. Il Dragone, che detiene circa un terzo delle riserve mondiali, controlla la grande massa di questi minerali, mentre L’Aquila americana da qualche anno sta provando a ritagliarsi un spazio di manovra per evitare di rimanere imbrigliata nei giochi di Pechino.

Le terre rare sono fondamentali perché alimentano i settori nevralgici dell’economia moderna, in particolari per i prodotti high-tech impiegati tanto nelle armi di nuova generazione come gli F-35, quanto nei opponenti di pannelli solari e pale eoliche impiegate per la svolta green. È chiaro quindi che il loro ruolo strategico è sempre più importante.

Lo choc pandemico

A complicare il tutto è arrivata la pandemia che ha dato il via a un effetto domino su tutte le catene del valore, in particolare nel loro approccio fondato sul just-in-time. Per anni il fatto di avere un sistema di produzione che soddisfava la domanda solo quando questa si attivava ha aiutato a tendere bassi i costi anche grazie a una lunga catena di approvvigionamento. Ma lo choc pandemico ha resto il sistema non più sostenibile.

Il 2021 ha portato con sé una prima stretta sulle forniture di semiconduttori che ha bloccato parte delle linee produttive, per questo ci sono ombre anche sul futuro delle terre rare. Secondo uno studio del dipartimento dell’Energia statunitense il settore delle terre rare può subire forti contraccolpi anche con interruzioni temporanee con effetti che possono estendersi per anni. Rispetto ai semiconduttori l’eventuale blocco delle terre rare avrebbe effetti drammatici per Washington. I primi godono di una catena del valore più varia e collocata in paesi amici come Taiwan, mentre le terre rare hanno un grado di concentrazione più elevato. Ed esempio la Cina è responsabile della lavorazione del 90% delle terre rare globali.

A questo punto per gli Usa diversificare diventa imperativo, soprattutto alla luce dei grandi piani green voluti dall’amministrazione di Joe Biden. Ma il percorso è in salita. Avviare una miniera di terre rare richiede anni tra esplorazioni e valutazioni di impatto ambientale, in più l’estrema volatilità dei prezzi può rendere gli investimenti difficili da riassorbire nel medio termine.

I tentativi di Washington

Nonostante un mercato complesso gli Stati Uniti stanno provando a rompere il monopolio cinese per cercare di essere sempre meno dipendenti. Per avere un’idea più chiara bisogna andare nel deserto del Mojave, in California, puntare al Nevada e arrivare nella contea di San Bernardino, lì si incontra la miniera di Mountain Pass. Un luogo dalle mille vite che presto potrebbe diventare il cuore della strategia americana per disaccoppiassi da Pechino.

Scoperta verso la fine degli anni Quaranta, il centro minerario è stato per lungo tempo il fulcro estrattivo delle terre rare americane. Fino agli anni Ottanta gran parte della produzione globale di questi minerali preziosi avveniva lì, ma poi la competitività dei prezzi cinesi ne hanno decretato un forte declino fino alla chiusura nel 2002. Infine, nel 2015, il suo proprietario ha presentato istanza di fallimento. Qualcosa è cambiato qualche anno dopo quando una nuova società ha preso il controllo dell’area, la MP Materials che nel 2020 è arrivata a quotarsi in borsa anche grazie a una serie di fusioni con fondi dell’alta finanza arrivando a valere oltre un miliardo e mezzo di dollari e ottenere fondi per il rinnovamento dell’impianto californiano.

La mossa americana e l’attività della MP sono sicuramente un primo segnale ma le insidie non mancano. Un decimo della società è di proprietà della compagnia cinese Shenghe Resource ma soprattutto per ora gli Usa faticano ad avere impianti di raffinazione e lavorazione sul suolo americano. Fino al 2020 tutto ciò che veniva estratto nella miniera finiva direttamente in Cina per la lavorazione e ancora oggi impianti sono difficili da avviare anche per l’opposizione interna da parte di gruppi ambientalisti.

Ma Washington non si appoggia solo a Mountain Pass. L’altro centro nevralgico sarà infatti il Texas. Lì la compagnia Usa Rare Earth sta iniziando i lavori per l’apertura di un centro estrattivo che nei piani dovrebbe avere una lunga vita: si prevede infatti di estrarre nei primi 20 anni solo il 14% dei materiale disponibile. In proiezione il centro estrattivo avrebbe una vita vicina al secolo e mezzo. Parallelamente la stessa impresa ha avviato la costruzione di un impianto di separazione e lavorazione in Colorado.

Le operazioni di MP e Usa Rare Earth si inseriscono in un mosaico di aziende che punta a migliorare il posizionamento americano. I due impianti ad esempio non sarebbero in competizione. Le terre rare possono essere classificate come “leggere” e “pesanti” in base al peso atomico, e in questo senso la miniera californiana si occuperebbe delle prime mentre quella californiana delle pesanti.

In ottica di “sistema” va anche il contratto da 30 milioni di dollari siglato tra il Pentagono e l’azienda australiana Lynas che si occupa di estrazioni. L’accordo prevede che il gruppo crei un impianto di lavorazione delle terre rare in Texas. Secondo gli analisti se il progetto andrà a buon fine gli Usa saranno in grado di produrre circa un quarto della fornitura globale di ossidi di terre rare.

Nei piani di disaccoppiamento c’è anche una recente partnership tra aziende americane ed europee. L’accordo prevede che le sabbie estratte in un’area desertica dello Utah vengano portate nella città costiera di Sillamäe, in Estonia, per essere lavorate al fine di estrarre terre rare. Anche qui però non mancano i problemi. L’azienda che si occuperà delle lavorazioni, la canadese Neo Materials, ha dei legami con Pechino. È infatti l’unica azienda non cinese a operare nel mercato della Repubblica popolare con due impianti che rappresentano circa l’80% della sua produzione, contro il limitato 20% di quello estone.

Le mosse della casa Bianca

Per Washington i problemi da affrontare sono quindi tre: migliorare la capacità estrattiva delle terre rare sul suolo americano, creare impianti di lavorazione e  individuare società che non abbiano eccessivi legami con Pechino.

Per tutte queste ragioni il dipartimento Usa del Commercio ha annunciato una vasta indagine sotto la sezione 232 per determinare l’impatto sulla sicurezza nazionale dei magneti al neodimio-ferro-boro che fanno parte della famiglia delle terre rare. Ma questa è solo una delle tante iniziative che il governo federale sta portando avanti. Il Pentagono come detto ha finanziato la Lynas. Il dipartimento dell’Energia ha avviato programmi simili mettendo il piatto altri 30 milioni per ricerca sull’estrazione delle terre rare ma anche cobalto e litio. Infine il Congresso sta studiando strumenti fiscali per agevolare la nascita del reticolo di miserie e aziende.

Verso la fine del 2020 l’amministrazione uscente di Donald Trump ha licenziato un pacchetto di aiuti per la pandemia da oltre 2 mila miliardi. All’interno hanno trovato posto in maniera organica una serie di ordini esecutivi del presidente in materia di gestione delle terre rare. Tra i vari provvedimenti sono stati stanziati circa 800 milioni di dollari per finanziare ricerca minerarie sui terreni federali e altri studi sulla lavorazione dei minerali. Qualche mese dopo, a febbraio, il neo presidente Joe Biden firmato altri ordini esecutivi per ristrutturare tutta la supply chains americana, dai semiconduttori fino appunto alle terre rare. Ma servirà tempo per intravedere i primi effetti di queste spinte.

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