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La borsa statunitense è stata spesso considerata dai fautori del dominio dell’ordinatore economico su quello politico, il termometro della salute del sistema globale e della fiducia degli operatori per la governance politica. L’era della grande festa della globalizzazione è finita bruscamente con la Grande Recessione del 2007-2008, ma non per questo l’attenzione e il legame biunivoco tra politica americana e Wall Street si sono affievoliti, anzi. Anche in vista dello scontro tra Donald Trump e Joe Biden di martedì Wall Street sta interiorizzando aspettative, evolvendo strategie, preparandosi a possibili cambi nelle politiche pubbliche. Mentre la fase dell’euforia gonfiata dai miliardi riversati nella borsa per salvare le imprese in crisi lascia spazio al dubbio della seconda ondata della pandemia, investitori e operatori vagliano i programmi dei due candidati.

Secondo il Financial Times saranno quattro i campi in cui il futuro presidente sarà maggiormente attenzionato da Wall Street: infrastrutture, energia, fiscalità e regolamentazione dei giganti del web. Dall’intervento in questi quattro ambiti capiremo molte delle evoluzioni future di una borsa che è stata, per tre anni, ritenuta da The Donald l’asso della manica del suo primo mandato, ha macinato record su record ma, al contempo, si è totalmente distaccata dall’andamento dell’economia reale nel momento in cui la serrata anti-pandemica faceva crollare la produzione e perdere il lavoro a decine di milioni di americani. Mentre si esaltava la dipendenza dalle piattaforme digitali, traino del decollo di Wall Street in tempo di pandemia.

In questo contesto, da un lato Trump potrebbe apparire il favorito dei mercati per le proposte di Biden in termini di fiscalità che intendono portare al 28% la tassazione sugli utili corporate, contro il 21% garantito dalla riforma fiscale trumpiana del 2017. Fattore che per Goldman Sachs eroderebbe poco meno del 10% degli utili d’impresa delle aziende dell’indice S&P500. AT&T, Hilton, JPMorgan potrebbero essere tra i gruppi che rischiano di vedere, in questo contesto, i loro utili maggiormente colpiti dalle politiche di Biden e possono essere considerati come “trumpiani”. Ma la contrapposizione non finisce qui.

Biden strizza gli occhi ai colossi delle costruzioni, attratti dal suo massiccio piano di rilancio delle infrastrutture statunitensi. Secondo il quotidiano della City, Caterpillar, Martin Marietta Materials e Jacobs Engineering sono tra i gruppi miliardari che più potrebbero ottenere un volano di crescita dalle politiche di Biden, mentre a favore di Trump si pongono i giganti dell’energia, tanto piegati dai primi mesi della pandemia quanto speranzosi di rifarsi nel 2021 grazie a nuove ricerche, nuovi stimoli fiscali e un consistente sostegno pubblico. ExxonMobil, Chevron e aziende simili puntano sulla riconferma di The Donald, mentre Biden invece promette di investire centinaia di miliardi di dollari nella transizione ecologica e, dunque, di creare nuovi campioni nazionali nel comparto delle rinnovabili.

Un discorso a parte lo merita, invece, il big tech. I miliardari della Silicon Valley hanno raramente fatto mancare il loro appoggio agli ultimi candidati democratici, complice il legame obelicare tra il partito dell’asinello e la California, sede del cuore dell’economia digitale americana e Stato solidamente blu. Tuttavia, le aziende del digitale sono sempre state ben integrate nei progetti strategici dell’amministrazione statunitense, e anche per Trump, nonostante i diversi screzi mediatici, questo fatto si è riproposto. Aziende come Microsoft e Ibm hanno ricevuto dividendi miliardari dai nuovi programmi della Casa Bianca, ed è bene ricordare che le posizioni personali dei singoli personaggi del mondo tecnologico statunitense non inficiano l’obiettivo di fondo del big tech, che vuole, lo ricorda il Ft rintuzzare i possibili “cambiamenti improvvisi” nella sua regolamentazione di provenienza sia democratica che repubblicana. Amazon, ad esempio, è stata attaccata dalla senatrice dem Elizabeth Warren, che ne ha chiesto lo smembramento in più gruppi, mentre Google ha ricevuto un’allarmante denuncia per violazione delle regole di concorrenza dal Dipartimento della Giustizia. Il big tech spende nel lobbying per mantenere lo status quo, conscio di risultare l’attore decisivo. E dunque, nei mesi a venire, sarà proprio dalla performance degli indici del settore tecnologico se capiremo se questo obiettivo sarà stato realizzato, mentre l’avanzamento degli altri indici di riferimento in positivo o negativo farà capire quanto la nuova amministrazione si starà impegnando nei punti chiave della sua agenda.

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