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La crisi economica provocata dalla pandemia di Covid-19 è soltanto la punta visibile dell’iceberg. L’andamento dei mercati risente ovviamente dell’incertezza generata dalle misure restrittive anti coronavirus e delle conseguenti chiusure delle attività commerciali. Ma, a giocare una parte fondamentale nell’andamento dello spread, sono anche (e soprattutto) le beghe politiche interne a un dato governo. Prendiamo il caso dell’Italia, e diamo un’occhiata a quanto accaduto negli ultimi anni.

I periodi durante i quali il differenziale tra BTP e Bond – cioè tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi – è andato incontro a impennate, sono ben visibili nel grafico elaborato da Nordea su dati Macrobond e riportato da IlSussidiario.net. Primo rialzo durante la crisi del governo gialloverde, terzo sostanziale rialzo scaturito dalla rottura di Matteo Renzi e, in mezzo, un disastro derivante da Covid e lockdown vari.

Adesso lo spettro di una nuova impennata, da ricollegare a una possibile, nuova (e lunga) crisi del governo italiano, spaventa analisti ed esperti. Ogniqualvolta accade qualcosa del genere, infatti, le Borse fiutano l’aria che tira e iniziano a tremare. Improvvisamente, come per magia, lo spread schizza alle stelle. È lì che scatta l’allarme: quando il numerino accanto alla dicitura “spread” è troppo elevato, significa che i titoli italiani sono considerati più rischiosi degli omologhi tedeschi (presi come punto di riferimento per la solidità della Germania). Se lo spread sale, vi è un contemporaneo aumento dei costi sul debito italiano e sugli interessi a livello nazionale. Aumenta il rischio, aumenta il debito.

L’andamento di Spread e mercati

In casi del genere, i nodi sono stati sciolti grazie all’intervento della Bce, secondo uno schema identico a quanto visto negli Stati Uniti con la Fed, nel Regno Unito con la Bank of England, in Giappone con la Bank of Japan e via dicendo. Gli analisti sottolineano un fatto: è solo in virtù della monetizzazione dei deficit ricollegabile alla Banca centrale europea che il castello di carte dell’Italia non è ancora crollato.

Lo spread, nel frattempo, ha continuato a fluttuare: su alla notizia dell’arrivo dei vaccini e del ritorno alla normalità, giù dopo l’annuncio di nuove serrate. Eppure, l’attuale campagna vaccinale dell’Europa – tutto sommato, fino a questo momento, un mezzo fallimento – non ha generato scosse telluriche degne di nota. E non è finita qui. Perché, oltre ai piani vaccini che stentano a decollare, bisogna considerare altri due aspetti: mezza Ue è ancora in lockdown e, in alcuni Stati, ad esempio la Francia, il ritorno a una parziale normalità è stato posticipato almeno ad aprile, con la riapertura di bar e ristoranti. Lo spread non è però salito.

L’importanza delle Banche centrali

Lo spread, come detto, sembrerebbe non averne risentito, se non in quantità minime e irrisorie. Per quale motivo? È possibile che i mercati non siano più interessati a governi e alle aziende, ma soltanto alle Banche centrali. Il cambiamento più grande, dunque, riguarderebbe appunto il ruolo delle suddette Banche centrali, sempre più centrali – è proprio il caso di dirlo – nell’ottica dei mercati. E quindi delle Borse e del conseguente spread.

Nel caso dell’Italia, l’attuale crisi politica interna non ha apparentemente scalfito l’andamento dello spread. Difficile darsi una spiegazione, anche se sui media internazionali troviamo due ipotetiche chiavi di lettura. La prima: i mercati ritengono che alla fine non vi saranno stravolgimenti madornali, e che tutto potrebbe risolversi con un governo di unità nazionale o un Conte ter. Plausibile una comprensibile incertezza sui mercati, ma niente di più. Arriviamo alla seconda spiegazione.

Dal momento che il debito emesso da Roma a causa della pandemia è stato “coperto” dall’ombrello della Bce, il vincolo tra l’Europa e l’Italia si è rafforzato ulteriormente; inoltre, una eventuale sottoscrizione dell’esecutivo italiano al Mes o al Recovery Fund stringerebbe ulteriormente questo legame. I mercato hanno capito che il vincolo che lega l’Italia all’Ue obbliga, in un certo senso, l’attuale governo (o quello che verrà) ad avere un atteggiamento tutto sommato responsabile e non ribelle nei confronti di Bruxelles. E questo indipendentemente da come si risolverà la crisi politica italiana.

E che cosa dicono i numeri? Confermano la calma piatta (o quasi) dei mercati. Nel giorno in cui Conte ha rassegnato le sue dimissioni, il differenziale tra BTP e Bond ha toccato quota 117 punti base rispetto ai 122 della vigilia, con un rendimento addirittura in calo allo 0,64%. Piazza Affari, invece, ha terminato la seduta con un rialzo dell’1,15%, in linea con le altre (Francoforte è salita dell’1,66%, Londra dello 0,23%, Parigi dello 0,93%). Il Tesoro ha piazzato un miliardo di euro di Btp a 5 anni, con scadenza prevista per maggio 2026, a un rendimento lordo di -0,62% a fronte del -0,15% di ottobre.

In altre parole, dall’andamento del differenziale tra titoli italiani e tedeschi si può comprendere l’andamento della crisi politica e, soprattutto, cosa vogliono le Banche centrali. Queste entità, nel recente passato attive per la risoluzione di problemi ciclici, oggi sono sono fondamentali per sostenere un sistema in enorme difficoltà, quasi allo sbando a causa colpa dell’emergenza sanitaria. Sono loro, le Banche centrali, che scongiurano impennate e debiti alle stelle. I mercati osservano e apprezzano.