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Il 2019 è stato un anno ruggente per i mercati finanziari mondiali, con le borse Usa che hanno toccato numerosi record di capitalizzazione e mercati europei come Piazza Affari che sono cresciuti di circa il 30%, e assieme al rendimento delle azioni sono cresciuti numerosi listini ad essi collegati. Stupisce, in tal senso, che a una crescita delle quotazioni dei listini sia associata un’analoga inflazione del ricorso a beni rifugio da parte degli investitori.

E tra i beni rifugio spicca, dominante, il più lucente di tutti, l’oro. Il metallo nobile sta conoscendo un rally sensazionale delle quotazioni sia a livello finanziario (Etf) che al “dettaglio”, e la motivazione non è da ricercarsi esclusivamente nella volontà degli investitori di premunirsi contro i mutevoli venti e le amnesie storiche della finanza. I prezzi oramai hanno superato la soglia dei 1.500 dollari ad oncia: nel 2019 l’oro ha accresciuto la sua quotazione del 17%.

La partita è, in primo luogo, geopolitica. Al rally delle borse si affianca la partita valutaria e commerciale globale, con il dollaro che affronta la progressiva saldatura tra lo yuan cinese e il rublo russo, e gli acquisti d’oro sono principalmente mediati dalle banche centrali dei Paesi extraeuropei (India, Kazakistan, Qatar tra le altre), capitanati da Mosca e Pechino. “La Banca centrale cinese risponde alle tensioni commerciali con gli Usa con una vera e propria diversificazione delle riserve”, scrive Milano Finanza. “Vende titoli del tesoro statunitensi, i treasury, e li sostituisce con acquisti in oro. La Cina, ma anche la Russia, ricostruisce la propria riserva aurea”. “Questa politica avrà un’ influenza importante sull’andamento del valore del metallo. Si tenga poi conto che il prezzo di questa materia prima è stato compresso negli ultimi sei anni”, fa notare l’ad di Confinvest Giacomo Andreoli al quotidiano meneghino.

Per Cina e Russia acquistare oro fisico significa garantire un sottostante permanente alla loro sfida al dollaro. Russia e Cina mirano a rafforzarsi in campo aurifero per proseguire sulla strada della diversificazione dei loro asset e proseguire alla diminuzione del peso del biglietto verde nei loro panieri di investimento e, al tempo stesso, guidano la corsa al rilancio della funzione di “bene rifugio” dell’oro. Le economie emergenti, infatti, acquistano oro fisico incentivate dalla crescente liquidità del suo mercato, l’aumento delle transazioni fa aumentare i prezzi e il combinato disposto dell’effetto psicologico (la natura di bene rifugio) e delle dinamiche di mercato incentiva il ritorno prepotente del metallo nobile.

Per Mosca, inoltre, puntare sull’oro significa resistere alle sanzioni occidentali e confermare la scelta di campo a fianco della Cina, ma anche porre un freno alla crisi economica che attanaglia il Paese. Come sottolinea Il Sussidiario, “nei quattro anni che hanno portato al 2018, le fughe di capitali all’estero sono state pari a un controvalore totale di 317 miliardi di dollari, il rublo ha vissuto un deprezzamento del 45,5% sul dollaro, senza che l’export ne beneficiasse come si sperava”, e in tal senso accumulare oro aiuta a trovare un’alternativa al tracollo della moneta: dal 2014 al oggi la Russia ha aumentato dal 10 al 20% del valore delle sue riserve in valuta estera la sua scorta d’oro e “quel carico di lingotti potrebbe garantire contante alle casse statali che risulterebbe ossigeno puro per Vladimir Putin”.

Se storicamente l’ancoraggio all’oro era fonte di mantenimento dello status quo nei sistemi monetari guidati prima dalla sterlina e poi dal dollaro, ora che nessuna valuta ha un legame privilegiato col metallo nobile anche quest’ultimo diventa asset strategico di primaria importanza. Il simbolo della ricchezza è anche sottostante importante per qualsiasi strategia valutaria che voglia coinvolgere Paesi ostili all’egemonia del dollaro: il fatto che esse si sviluppino cavalcando la quotazione dell’oro in mercati finanziari in cui il biglietto verde rimane predominante è in ogni caso manifestazione del fatto che stiamo parlando di processi di lunghissimo corso.

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