Negli ultimi giorni l’annuncio della Corte dei Conti tedesca sui deficit “truccati” del governo di Berlino ha riaperto il dibattito sull’equità delle regole fiscali europee. Ma se da un lato la Bundesrechnungshof, la somma magistratura contabile, ha effettivamente schiaffeggiato il governo di Olaf Scholz e in particolare Christian Lindner, ministro liberale e falco delle Finanze, dall’altro non è da intendere come un’apertura interna nel Paese a una svolta in campo europeo.

La Corte dei Conti denuncia un deficit sei volte più alto di quello dichiarato da Berlino, del 2,4% contro quello dello 0,4% che Lindner ha messo nero su bianco nel disegno di legge di bilancio. Il governo Scholz, dopo l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, camuffandosi dietro termini astrusi come Zeitenwende, la “svolta epocale” che avrebbe giustificato lo stanziamento di 100 miliardi di euro per la Difesa, e Sondervermoegen, i “fondi speciali” a cui sarebbe legato il piano di aiuti contro il caro-energia impostato a fine 2022, ha messo in campo una serie di trucchi contabili che hanno forzato la legalità interna. Troppo, per la Corte dei Conti. Ma chi legge InsideOver e ha la memoria più lunga sa, in quest’ottica, che si tratta di una scoperta dell’acqua calda.

Da tempo – infatti – era noto come la Germania si muovesse per plasmare a sua immagine e somiglianza politiche di bilancio estremamente ai limiti per le regole fiscali europee. La Kfw, la Cassa Depositi e Prestiti tedesca, forte di un capitale garantito da un Paese in passato ritenuto a debito ben più basso della media dell’Eurozona, ha fatto da “supplente” a molte politiche economiche nell’ultimo decennio, anche dopo essersi arricchita grazie a dividendi e rientri di capitale dai prestiti a Paesi in crisi come la Grecia.

Guardiamo agli esempi dell’ultimo quinquennio. Nel 2018 il governo di Angela Merkel annunciò la “strategie dell’industria nazionale per il 2030” mettendo Kfw al centro di piani per l’acquisizione di quote in aziende strategiche al posto del capitale pubblico. Nel 2020, poi, si è avuto l’inizio dei trend consolidatisi fino alla denuncia della Corte dei Conti. Nel 2020 la Merkel ha rotto il mito rigorista di fronte all’avanzata del Covid-19. Il governo di coalizione tra Cdu/Csu e Spd, in cui l’attuale cancelliere Scholz era ministro delle Finanze, ha promosso un piano di spese emergenziali volte a tamponare la crisi, sussidiare le imprese, pagare la cassa integrazione e rafforzare il sistema sanitario dal valore di 284 miliardi di euro, 117 dei quali in debito.

Il valore totale dell’intervento tedesco contro la crisi, però, era ben più ampio. Kfw da sola ha messo 356 miliardi di euro, una quota di oltre il 20% più alta dell’intera spesa pubblica, finanziando imprese, investimenti e strategie di sviluppo a sostegno del credito per Pmi e esportatori colpiti dalla crisi. In quel contesto fu creato anche il Fondo di stabilizzazione economica (Fse) che avrebbe potuto avere fino a 600 miliardi di euro di risorse stornate dai conti pubblici e col sostegno di banche, aziende a controllo statale e banche di Stato e dei Lander quali la Kfw per misure anticicliche nell’economia.

Vista la ripresa economica, il Fse è stato ridotto a 250 miliardi, ma nell’ottobre scorso è tornato utile, assieme all’immancabile Kfw, per i piani contro il caro-bollette decisi in autonomia dalla Germania. Negli ultimi due anni Berlino ha speso 265 miliardi di euro su 646 complessivamente investiti in Europa per misure di carattere energetico, ha riportato il think tank Bruegel. E Scholz ha deciso di stornare dal Fse i fondi necessari a coprire tale spesa prescindendo dal bilancio pubblico.

La Corte dei Conti tedesca ha sempre permesso tutto ciò. Così come non ha mosso dito di fronte ai reiterati abusi tedeschi della regola europea sui surplus della bilancia commerciale, ben oltre i limiti europei. Ha accettato che nel 2020 venisse sospesa per quattro anni la regola aurea” del pareggio di bilancio costituzionalmente vincolante per la Germania. salvo poi presentare il conto al governo Scholz e all’iper-rigorista Lindner. Non plus ultra: dopo anni di spesa, le burocrazie tedesche hanno segnato la fine della ricreazione. Indicando al governo di Berlino una rotta da seguire in Europa in una fase in cui si discute il futuro del Patto di Stabilità. Non solo come regola di condotta interna: l’idea vale anche sul piano internazionale. Kay Scheller, avvocato e presidente della Corte Federale dei Conti di Bonn dal 2014, è sempre stato duro nelle dichiarazioni sui conti pubblici dei Paesi europei: l’ammonimento a Lindner è un invito a non ammorbidirsi sul Patto di Stabilità e sulla sua revisione. Che a Bonn ci si aspetta tutt’altro che favorevole ai Paesi mediterranei, che chiedono un allentamento dei vincoli.

La mossa è anche una risposta all’ascesa di Alternative fur Deutschland. Serrando i bulloni del rigorismo, le strutture tedesche vogliono disarmare i nazional-conservatori di estrema destra, che fanno dell’austerità un loro cavallo di battaglia invitando a un “sacro egoismo” verso i partner europei. Partite che si incrociano e si sovrappongono: Berlino ri-scopre il rigore anche per sé e la Germania finge di essere sorpresa. Si tratta di una scoperta dell’acqua calda. Non priva, però, di ricadute politiche a tutto campo, che nei dibattiti comunitari potrebbero essere tutt’altro che positive per la stabilità del Vecchio Continente. A cui tutto serve, fuorchè il ritorno del rigore.