Da aprile Unicredit non avrà più al comando l’ad francese Jean Pierre Mustier, in carica dal 2016, il cui prossimo addio dal vertice di Piazza Gae Aulenti è stato confermato dopo l’ultimo, infuocato summit del consiglio di amministrazione del secondo gruppo bancario italiano.

Si è parlato di rigidità del banchiere francese, di scontri con gli altri membri del Cda, di problemi di leadership da parte di Mustier, ma la realtà di fondo è molto semplice: Mustier ha fatto capire che il cda di Unicredit non condivideva più il suo “Piano Team 23”. E che il nodo decisivo riguardava un dossier molto preciso: Monte dei Paschi di Siena.

Nelle scorse settimane l’Unicredit ha annunciato come nuovo presidente l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ritenuto essere figura dirigenziale complementare a un ad proveniente da una carriera bancaria e depositaria di un capitale informativo e operativo notevole sul tema della banca senese che il Tesoro si appresta a vendere nell’anno prossimo e per il cui acquisto Unicredit è fortemente attenzionata. Nulla inizialmente lasciava pensare a una fine anticipata dell’era Mustier, tuttavia. La “patata bollente” Mps deve aver spaventato notevolmente il navigato ad.

Il Tesoro si è dichiarato pronto a fornire un consistente stimolo in termini di crediti d’imposta e sostegno economico al prossimo acquirente di Unicredit, dal valore di circa 3 miliardi di euro, per quanto nei Cinque Stelle ci sia una fronda su questa cifra ritenuta eccessiva, ma secondo il Financial Times l’integrazione di Mps in Unicredit imporrebbe costi di quasi il 50% superiori: 2,6 miliardi di ricapitalizzazione e 1,7 di costi di fusione. Troppi per un’amministratore delegato che ha sempre preferito la strada dell’ottimizzazione del portafoglio e della valorizzazione degli asset.

Mustier negli anni si è contraddistinto per la quotazione di Fineco che ha fruttato 900 milioni, e la successiva cessione del gruppo per 2,1 miliardi di euro, per la vendita della succursale polacca, Bank Pekao, con incasso di 2,5 miliardi, per la cessione di Pioneer (3,8 miliardi) e per una recente maxi ricapitalizzazione da 13 miliardi. Unicredit ha provato a tenere botta di fronte alla straripante ascesa della rivale Intesa San Paolo e Mustier aveva fissato nel rifiuto delle aggregazioni rischiose su base nazionale un punto di riferimento operativo. Secondo quanto rileva il Corriere della Sera, per rilevare Mps “Mustier avrebbe chiesto al governo una dote analoga a quella di Intesa Sanpaolo per le banche venete (che però erano fallite): circa 4 miliardi tra crediti fiscali (detti ‘dta’) e un aumento di capitale di Mps coperto dal Tesoro, nonché lo scarico di 10 miliardi di pendenze legali”.

Il cda si è mostrato freddo su queste richieste e sul maxi-progetto che da tempo Mustier aveva in mente ed è ora destinato ad esser riposto in naftalina: la creazione di una sub-holding in cui convogliare le attività estere del gruppo di Piazza Gae Aulenti. Come sottolinea StartMag, Mustier aveva in mente “lo scorporo dalla holding italiana quotata a Milano delle attività estere del gruppo e la successiva quotazione della subholding paneuropea – tramite un’Ipo che potrebbe riguardare fino al 49-50% del capitale – alla Borsa di Francoforte”. Scorporo e quotazione avrebbero senz’altro aperto all’alleanza con altri gruppi stranieri, come Bnp Paribas, in cui difficilmente, bisogna ammetterlo, la banca italiana avrebbe potuto giocare un ruolo primario. E se la questione Mps si dimostra spinosa, forse altrettanti rischi sono stati visti dai consiglieri di Unicredit nell’opzione di portare parte del gruppo fuori dai confini nazionali, mettendolo a rischio di scalate e takeover da parte di gruppi finanziari esteri (francesi o tedeschi).

La seconda banca italiana non sembra avere un piano ben definito per il salvataggio Mps o strategie efficaci di lungo termine capaci di impensierire l’egemonia di Intesa. Mustier lascerà una banca patrimonialmente e finanziariamente solida ma che per incertezze operative è oramai distante dai vertici della finanza europea. Accollarsi la decotta Mps è oggettivamente un rischio notevole e un processo in cui nessuno rischia di uscire vincitore: lo Stato, perché costretto a spender cifre notevoli per rimettere sul mercato il pozzo nero di fondi pubblici che è stata Mps; Unicredit, per il fardello che potrebbe accollarsi; Mps, perché trattata come merce di scambio. Forse Mustier da questo punto di vista ha colto il punto. Non a caso col tonfo in borsa dopo l’annuncio del suo addio Unicredit ha bruciato circa 2,5 miliardi di euro di capitalizzazione, dopo il +42% di novembre: dimostrazione della fiducia che, a conti fatti, Mustier ispirava nei mercati finanziari.