Il primo giorno di riapertura delle borse mondiali dopo la diffusione del coronavirus a macchia d’olio nel Nord Italia e l’apertura di nuovi focolai come quello iraniano è stato a dir poco negativo. Dall’Asia è iniziata una serie di tracolli a cascata che hanno avuto il loro culmine nel tonfo di Piazza Affari a Milano, precipitata di oltre 5 punti percentuali.

E mentre la borsa meneghina vedeva andare in fumo oltre trenta miliardi di euro di capitalizzazioni e conoscere una giornata dura come poche in passato, tra gli investitori tornava ai massimi la domanda di beni rifugio come l’oro e si iniziava a temere l’inizio di un’ondata di panic selling, ovvero di vendita massiccia di asset considerati a rischio.

Equita Sim, riporta Formicheha stilato la lista dei titoli peggiori e più a rischio, legati soprattutto al tesssuto produttivo di Lombardia e Veneto, fonte di un terzo del Pil italiano: “I rischi principali sono relativi alle società che hanno attività direttamente collegate ai flussi turistici e alla gestione di eventi (lusso, Fiera Milano, Ieg), alle società con elevata esposizione ai consumi e attività commerciali in Italia (Nexi, Marr, Geox, Ovs, Ivs, Amplifon) e alle società che hanno elevata concentrazione di attività produttive in Nord Italia, in caso di deterioramento della situazione che porti a blocchi produttivi (Ima, Interpump, Zignago)”. Tuttavia, dopo le prime ventiquattro ore di buriana il panic selling non è proseguito e la borsa di Milano ha conosciuto un rimbalzo positivo in apertura. Non a caso, nella giornata del 24 febbraio il titolo peggiore è stato quello di una società non direttamente colpita dal virus, la Juventus che cede oltre l’11% e, spiega First, “aggiunge le preoccupazioni sulla sua stabilità finanziaria: nei primi sei mesi dell’esercizio 2019/2020 l’azienda bianconera ha registrato una perdita di 50,3 milioni di euro che si confronta con un utile di 7,5 milioni segnato nello stesso periodo dell’anno precedente” .

Vi è tra gli investitori la fiducia, perlomeno nell’immediato, che il coronavirus possa essere contenuto e, soprattutto, una ritrosità a vendere dettata dal progressivo scollamento tra economie reali e borse che ha prodotto una riduzione dei riflessi borsistici delle difficoltà economiche prodotte dal virus. Effetti che si combinano: in una fase di elevata volatilità e in cui i mercati sono sovradimensionati da anni di liquidità a basso costo garantita dal quantitative easing, un futuro ridimensionamento non è affatto atteso come un’eventualità imprevedibile ma, al tempo stesso, rimane la consapevolezza che accelerare ora sulle vendite potrebbe causare un avvitamento pericoloso.

La sensazione di fondo degli investitori, poi, rimane rivolta verso la possibilità che i regolatori pubblici possano seguire l’esempio della banca centrale cinese e garantire un ampliamento della fase di maglie larghe sui tassi e sull’espansione monetaria che da anni va alimentando la corsa dei mercati. In tal senso, il coronavirus potrebbe essere un “cigno nero” all’inverso, garantendo alle borse la possibilità di conoscere mesi di tregua dalla possibilità di un crollo legato al cambio dei fondamentali macroeconomici. I mercati non sono pienamente razionali ma nemmeno troppo ipocondriaci: quel che deve piuttosto metterci in guardia è l’ipotesi di una crisi della manifattura e delle catene del valore di diversi settori, ovvero uno shock nell’economia reale dovuto al rallentamento della Cina. Mentre nel mondo la ricerca della cura al coronavirus  fa passi da gigante, la cura alle problematiche economiche causate da una crisi di fiducia nel commercio globalizzato potrebbero venire elaborate con maggiore difficoltà.