L’epidemia del nuovo coronavirus ha scatenato il panico in tutto il mondo. Il problema è che la psicosi di massa non riguarda soltanto l’aspetto sanitario, con tutti i rischi legati alla diffusione del contagio nei cinque continenti, ma anche quello economico. In poche parole, l’economia globale si è arrestata, e la causa indiretta di questo choc inaspettato è da imputare alla comparsa del 2019-n-Cov.

Come sottolinea l’HuffPost, si è creato una sorta di effetto farfalla. Prima sono crollate le borse di Shanghai e Shenzen, con 420 miliardi di capitalizzazione finita in fumo; a seguire abbiamo assistito a un calo improvviso della domanda di petrolio, con un conseguente taglio della sua produzione e un ribasso dell’indice Pmi manifatturiero ben al di sotto le attese. Non è certo finita qui, perché gli analisti hanno intravisto all’orizzonte altri effetti nefasti che, calcolatrice alla mano, provocheranno, da qui ai prossimi mesi, più danni della Sars nel 2003. All’epoca, quando la Cina non era ancora un peso massimo e la globalizzazione non aveva raggiunto i livelli odierni, vennero bruciati più o meno 40 miliardi di dollari.

L’effetto farfalla e il coronavirus

L’origine di tutti i mali citati è una e risponde al nome coronavirus. Eppure il 2019-n-Cov ha poca forza di incidere sugli indici economici; semmai è la psicosi di massa derivante dalla malattia partita da Wuhan ad aver provocato l’apocalisse finanziaria.

Abbiamo parlato del cosiddetto effetto farfalla, cioè un modo tecnico per sottolineare come piccole variazioni nelle condizioni iniziali possano produrre, a lungo termine, grandi variazioni nel comportamento di un sistema: è il momento di approfondirlo.

Nel nostro caso, questo significa che l’impatto negativo del coronavirus sull’economia cinese si trasmetterà senza ombra di dubbio anche all’economia mondiale. Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, nel primo trimestre il Pil cinese dovrebbe rallentare di circa l’1% mentre quello americano, secondo Goldman Sachs, dello 0,4-05%. Rallenta il ritmo della manifatturiera cinese: il dato – cioè l’indice Caixin – si attesta a quota 51,3, che è comunque un valore superiore ai 50 punti. Male anche il petrolio, visto che le domande di petrolio partite dalle raffinerie della Cina sono crollate di 3 milioni di barili al giorno (il 20% del fabbisogno totale); per Bloomberg si tratta del più grave choc petrolifero subito dalla domanda di petrolio dal 2008-2009 a oggi.

Borse a picco

Le borse di Shanghai e Shenzen hanno perso rispettivamente il 7,72% e l’8,41%, terminando rispettivamente a 2.746,61 punti e 1.609; a picco i settori delle telecomunicazioni e i titoli tecnologici. Il timore degli analisti è che una simile flessione possa trasmettersi anche alle aziende straniere, come ad esempio Apple.

A Hong Kong, intanto, i cittadini hanno assistito al loro primo calo del prodotto interno lordo degli ultimi dieci anni, causato sì dalla guerra dei dazi e dalle proteste riguardanti la legge sull’estradizione, ma anche – come ha confermato il governo locale – “dallo sviluppo dell’infezione da coronavirus”.

La Banca centrale cinese (Pboc) ha pompato nel sistema 150 miliardi di yuan (19,3 miliardi di euro) nel disperato tentativo di sostenere la baracca. Eppure i dati del passato sono allarmanti: la Sars, nel 2003, ha fatto volatilizzare 2 punti percentuali dal primo al secondo trimestre di quell’anno. Quali effetti potrà avere, nel lungo periodo, il coronavirus sulla Cina e sul resto del mondo?