Corea del Sud: l’ombra degli Usa sullo scandalo dell’Amazon di Seul

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Era iniziato tutto come un clamoroso errore legato alla privacy: milioni e milioni di dati sensibili appartenenti a numerosissimi utenti (nello specifico 33,7 milioni) violati per colpa di una falla di sistema. Lo scandalo che ha toccato Coupang, il più grande rivenditore online della Corea del Sud, si è però presto allargato fino ad assumere contorni sempre più complessi e intrecciati (ne abbiamo parlato qui).

Certo, la violazione dei dati resta al centro del dibattito, ma ora è accompagnata anche da una domanda particolarmente spinosa: questo sosia di Amazon, che nel corso degli anni si è sempre definito orgogliosamente coreano, è davvero… sudcoreano?

Il dubbio è emerso quando Coupang, che deve fare i conti con approfondite indagini da parte di almeno dieci diverse agenzie di Seoul, impegnate a capire cosa diavolo sia successo e chi (o cosa) abbia provocato la massiccia fuga di dati, ha iniziato a fare pressioni sul governo degli Stati Uniti affinché rappresentasse i suoi interessi. Tradotto: la società di e-commerce più importante della Corea del Sud, che ha sede a Seattle, vuole che le autorità locale allentino la presa per via di questa fantomatica “americanità”.

L’intera vicenda assume anche un altro significato. Come ha sottolineato il Financial Times, la disputa serve a dimostrare come i governi di tutto il mondo rischino di schiantarsi contro un muro degli Usa quando, per svariati motivi, devono regolamentare le attività nazionali delle aziende statunitensi.

Il caso Coupang scuote la Corea del Sud

Il cordone ombelicale tra Coupang e Usa appare evidente considerando che Harold Rogers, amministratore delegato ad interim di Coupang Korea, faceva parte del pubblico che ascoltava il discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump. Il giorno prima del richiamato evento, lo stesso Rogers aveva testimoniato in una sessione a porte chiuse della Commissione Giustizia della Camera su richiesta dei presidenti Jim Jordan e Scott Fitzgerald, che a loro volta avevano definito la “presa di mira” di Coupang “una forte escalation della campagna della Corea del Sud contro le innovative aziende di proprietà americana”.

“Coupang sembra pensare che la Corea del Sud non debba trattare la questione come con qualsiasi altra azienda coreana, perché Coupang è un’azienda americana”, ha spiegato Wi Jong Hyun, professore di Economia presso la Chung Ang University di Seoul. Insomma, dalle minacce di ritorsione per le multe antitrust dell’Unione Europea ad Apple e Google, alle indagini sulle digital tax in Francia e India, Washington sta mostrando sempre più la tendenza a vedere regole e sanzioni straniere contro le proprie società come ostacoli al commercio, e quindi come qualcosa a cui rispondere con strumenti di politica commerciale.

Persino il vice presidente Usa, JD Vance, ha sollevato il caso Coupang con il primo ministro sudcoreano Kim Min Seok, mentre un gruppo di investitori dell’azienda ha presentato una petizione a Washington ai sensi della Sezione 301 del Trade Act, che consente al governo statunitense di indagare e adottare misure di ritorsione contro pratiche commerciali estere ritenute sleali.

Cosa c’entrano gli Stati Uniti

Ma perché Coupang ha a che fare con gli Stati Uniti? L’Amazon sudcoreana coltiva relazioni a Washington almeno dal 2021, da quando ha assunto l’ex funzionario di Trump, Alex Wong, come responsabile degli affari pubblici. Ha anche fatto più volte ricorso a società di lobbying legate all’amministrazione del tycoon, come Miller Strategies, e il suo responsabile degli affari globali è l’ex segretario dello staff della Casa Bianca, Rob Porter.

Altra Spada di Damocle sul capo di Seoul: il governo sudcoreano, l’anno scorso, nell’ambito dell’accordo firmato per evitare i dazi di Trump, si era impegnato a garantire che le aziende americane “non fossero discriminate e non affrontassero inutili barriere in termini di leggi e politiche riguardanti i servizi digitali”.

I problemi di Coupang sono iniziati lo scorso novembre, quando un ex dipendente ha utilizzato credenziali rubate per accedere ai sistemi informativi dei clienti della società. Le autorità coreane hanno affermato che i dati personali di quasi due terzi della popolazione del Paese erano trapelati e visualizzati più di 100 milioni di volte. L’azienda si è scusata, ma ha respinto l’interpretazione delle autorità di regolamentazione coreane sulla portata della fuga di notizie, sostenendo che “l’autore ha conservato dati limitati degli utenti di soli 3.000 account e li ha successivamente cancellati”, aggiungendo che non sono state trovate prove di “danni secondari”.

I legislatori sudcoreani hanno quindi chiesto a Bom Kim, il fondatore coreano-americano di Coupang e amministratore delegato della società madre quotata a New York, di assumersi la responsabilità personale e di scusarsi. Niente da fare.

Coupang non è un’azienda qualsiasi; è il secondo datore di lavoro privato della Corea del Sud dopo Samsung Electronics e rappresenta quasi un quarto del mercato nazionale dello shopping online. Il suo fatturato del 2025, pari a 49,1 trilioni di won (33,5 miliardi di dollari), ha superato quello di tutti i grandi supermercati coreani messi insieme.

Coupang ricava oltre il 90% del suo fatturato dalla Corea del Sud, ma rimane una società registrata nel Delaware. In un comunicato ufficiale ha affermato di essere una “società tecnologica statunitense e una delle prime 150 aziende Fortune” con “filiali in tutto il mondo, tra cui Corea, Taiwan e Giappone”. E tanti saluti alla Corea del Sud.