La geopolitica della corsa allo spazio
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Da decenni i paesi avanzati sono impegnati in una corsa alla riduzione dell’imposizione sui redditi più elevati, sulle imprese e sul capitale: solo per fare un esempio, tra il 1980 e il 2020 l’aliquota media globale dell’imposta sulle società è calata dal 46% al 26%

Questa tendenza ha radici profonde. Tra i policy makers ha a lungo dominato la teoria detta dello “sgocciolamento” (trickle down), per la quale redistribuire verso capitale e classi più agiate ricompensava chi delle risorse fa un uso più produttivo, aumentando così la crescita e portando benefici anche ai più poveri. Si tratta di una teoria sistematicamente smentita dai dati, ma che continua ad avere molti sostenitori; tra questi Emmanuel Macron che nel 2017 a proposito della sua riforma fiscale regressiva parlò di sostenere i “primi della cordata” perché tirino su tutto il gruppo. Lo “sgocciolamento” si salda con l’idea che la riduzione delle imposte consente di attirare talenti e attività economica, aumentando la competitività internazionale (insieme alla compressione salariale, è un elemento della cosiddetta svalutazione interna). È un argomento, questo, particolarmente importante per i paesi europei che avendo aderito alla moneta unica non possono ricorrere alla svalutazione del cambio.

In questa corsa al dumping fiscale si dimentica o si fa finta di dimenticare che la riduzione delle aliquote e del gettito implica una minore capacità di spesa per sostenere l’economia e finanziare la protezione sociale. Per una piccola economia aperta che prospera sul commercio internazionale questo non è un problema insormontabile; per paesi più grandi, per cui la domanda interna ha un ruolo importante, si elimina invece un importante fattore di stabilizzazione, contribuendo a mettere pressione sulle finanze pubbliche. Che si lancino o meno nel dumping fiscale, questi vedono calare gli introiti fiscali e sono costretti a tagliare la protezione sociale. Gabriel Zucman ha stimato che l’elusione fiscale costa ai paesi di tutto il mondo più di 200 miliardi di dollari all’anno in minori entrate; per l’Italia si tratta dell’equivalente del 20% del gettito totale derivante dalle imposte sulle società (gran parte del quale, il 17%, a favore dei paradisi fiscali nostrani, l’Irlanda il Lussemburgo e l’Olanda). È importante notare che per molti questo non è uno sgradevole effetto collaterale delle politiche di concorrenza fiscale, ma deve esserne il principio ispiratore. Si tratta della versione moderna della politica di “affamare la bestia”, portata avanti dai conservatori americani a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Tuttavia, anche dal punto di vista di un economista liberale, la corsa al dumping fiscale pone problemi, in quanto distorce la concorrenza, avvantaggiando le grandi multinazionali. Contrariamente alle imprese domestiche, queste evitano da sempre gran parte della tassazione allocando costi e ricavi tra filiali situate in paesi diversi per approfittare delle differenze tra i regimi fiscali. I giganti del web, avendo attivi in gran parte intangibili, hanno portato queste pratiche all’estremo.

La comunità internazionale cerca da anni di combattere l’ottimizzazione fiscale, scontrandosi con l’opposizione dei paesi che beneficiano di queste pratiche. Nel 2021, in seguito al cambiamento d’amministrazione negli Stati Uniti, la situazione si è sbloccata e 137 paesi hanno firmato una convenzione negoziata dall’OCSE volta a limitare l’elusione (Base Erosion and Profit Shifting, BEPS).

I paesi firmatari hanno raggiunto un accordo su entrambi i pilastri su cui l’OCSE lavorava da anni. In primo luogo, il principio per cui la tassazione deve almeno in parte essere legata al luogo in cui si svolge l’attività (di produzione, di vendita) e non alla sede fiscale. Il compromesso è per certi versi deludente: esso riguarda solo le imprese con un fatturato di almeno 20 miliardi di euro e con una redditività di almeno il 10%. Tra soglie ed esenzioni, almeno il 70% dei profitti resteranno tassati secondo le regole attuali, che permettono l’utilizzo di strategie di elusione come il transfer pricing. Tuttavia, alcune clausole dell’accordo riusciranno comunque a mettere un freno all’ottimizzazione fiscale delle grandi multinazionali: la cosiddetta “segmentazione” consentirà di assoggettare alla regola filiali molto profittevoli di grandi imprese anche se la casa madre non corrisponde ai criteri. Ad esempio, il servizio Amazon Cloud, una gallina dalle uova d’oro per la società di Bezos, sarà assoggettato alla ripartizione degli utili, anche se la redditività del conglomerato è inferiore alla soglia del 10%.

Il secondo pilastro è quello di un tasso effettivo minimo di imposizione (la parola chiave è “effettivo”, visto che spesso le grandi multinazionali negoziano trattamenti di favore che le portano a tassi ben più bassi di quelli statutari). Ogni paese potrà applicare alle proprie multinazionali un tasso di imposizione almeno pari alla differenza tra il tasso che pagano nel paese dove hanno la sede legale e il 15%. Questo dovrebbe ridurre l’incentivo ad ubicare la sede nei paradisi fiscali. Ogni paese è lasciato libero di fissare il tasso a livelli superiori al 15% e gli Stati Uniti hanno in programma di introdurre una tassazione minima al 21%.

Tuttavia, i problemi non mancano. L’accordo avrebbe dovuto prevedere un tasso minimo ben più ambizioso. L’European Tax Observatory ha recentemente stimato che se il tasso fosse al 21% come originariamente proposto dall’amministrazione Biden i paesi dell’UE recupererebbero 100 miliardi (170 con il tasso al 25% come suggerito da molti Think Tank, e appena 50 con il tasso al 15%). Inoltre, l’accordo consentirà ai paesi avanzati di appropriarsi di una gran parte del gettito recuperato. Per dare benefici ai paesi poveri, quasi mai sedi di multinazionali, l’allocazione dovrebbe essere fatta in base non solo alle vendite, spesso basse nei paesi in via di sviluppo, ma anche in base a capitale e occupazione (come proposto da molte ONG ma anche dalla Commissione Europea). Molti osservatori hanno inoltre notato come ai paesi più poveri sia stato proposto un pacchetto frutto dei compromessi in seno al G7 e inemendabile.

In conclusione, non si può parlare di accordo storico, visti i troppi compromessi al ribasso, il fatto che una parte ancora troppo importante dei profitti potrà passare tra le maglie della rete e che per i paesi più poveri rimarranno solo le briciole. Tuttavia, esso rappresenta un cambiamento di prospettiva significativo: un paese che cerca di attirare le multinazionali facendo dumping fiscale è oggi visto come un problema dalla comunità internazionale e abbiamo per la prima volta un sistema multilaterale teso a limitare la concorrenza fiscale e combattere l’elusione fiscale. Una volta stabilito il principio, questo si, storico, sarà in futuro più facile trovare il consenso politico per cambiare le soglie numeriche e ridurre l’elusione. Occorre quindi tenere alta la guardia per rendere l’accordo più giusto ed efficace.

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