Nel corso degli ultimi anni, gli Stati Uniti d’America hanno sperimentato tassi di crescita economica invidiabili per tutto il resto dell’Occidente.

L’impatto della Grande Recessione è stato, a livello aggregato, brillantemente superato grazie alle politiche espansive promosse dalle amministrazioni Obama e Trump, con l’ex Senatore dell’Illinois e il Tycoon newyorkese che, una volta giunti alla Casa Bianca, hanno impostato una politica focalizzata sullo sfruttamento del deficit federale per promuovere investimenti (Obama) o grandi sconti fiscali (Trump), mentre al contempo il rilancio della produzione di shale oil e shale gas rafforzava il settore tradizionale dell’estrazione e della lavorazione energetica.

L’economia statunitense presenta ancora degli elementi di criticità, legati soprattutto alla necessità di reinserire nel mercato del lavoro milioni di cittadini: il fatto che il numero di posti di lavoro vacanti si sia a lungo attestato al di sopra di quello dei disoccupati significa che numerosi settori necessitano di venire ulteriormente rafforzati, come ad esempio la manifattura industriale i cui addetti sono stati cruciali per condurre Donald Trump alla Casa Bianca.

Anche le dinamiche dei mercati finanziari, influenzate dal confronto tra amministrazione e Fed sul tasso di sconto, i rischi di un nuovo shutdown e le tensioni commerciali con la Cina aggiungono margini di incertezza che, a livello aggregato, si ripercuotono nella crescente incertezza sul dato chiave per giudicare una sana politica economica: il tasso di crescita del Pil.

Per gli Usa esso è destinato ad attestarsi su tassi invidiabili per buona parte degli alleati in campo atlantico e nel G7, ma la variabilità è alta e, nel contesto della prima economia del pianeta, ogni variazione decimale implica scostamenti da decine di miliardi di dollari.

Trump punta a chiudere il suo mandato con una crescita media dell’economia pari al 3%. Le prime statistiche sul 2018 lasciano presagire che l’amministrazione abbia praticamente conseguito l’obiettivo, ottenendo un 2,9% dopo aver fatto segnare nel 2017 un brillante +3,1%.

Nei primi due anni, dunque, Trump ha smentito le critiche piovute in campagna elettorale sui temi decisivi delle sue previsioni di politica economica: il problema, in futuro, sarà capire se gli effetti delle scelte della Fed e della grande riforma dell’amministrazione, la riforma fiscale che ha garantito un gigantesco sconto d’imposta alle imprese a stelle e strisce, saranno in grado di produrre politiche di crescita per il lungo periodo.

Nella sua proposta di bilancio per il 2020, rilasciata a fine febbraio, l’amministrazione pronostica dei Roaring Twenties: come sottolinea The Hill, infatti, il bilancio assume che “l’economia statunitense conoscerà una crescita del 3,2% nel 2019, del 3,1% nel 2020 e del 3% dal 2021 al 2024, ultimo anno in cui Trump potrebbe rimanere alla Casa Bianca. La crescita, secondo la Casa Bianca, dovrebbe poi assestarsi al 2,9% nel 2025 e al 2,8% dal 2026 al 2029”. Stime diverse per la Fed, secondo cui la crescita si dovrebbe attestare poco oltre il 2% per poi scendere sotto questa soglia negli anni a venire.

La Fed in particolare pesa diversamente l’impatto sulla crescita dello shutdown; in ogni caso, le proposte di budget dell’amministrazione prevedono una crescita credibile solo in caso di un concreto rilancio della produzione interna, di sblocco del mercato del lavoro e, soprattutto, di lancio di un programma comprensivo per l’ammodernamento delle infrastrutture statunitensi. Questo tema è sinora mancato all’agenda di Trump, ma potrebbe rappresentare la chiave di volta per una crescita sostenuta. Nonché un importante volano per trovare un accordo coi Democratici, necessario per il passaggio del bilancio al Congresso.